Francesco Cavallini

Cosa rende un calciatore sottovalutato? Lo scarso utilizzo? Un basso valore di mercato? O forse il concetto è meno legato ai numeri e più all’evoluzione di una carriera? La storia del calcio è piena grandi campioni che non hanno ricevuto gli elogi che meritavano, magari perché non hanno mai giocato in una big o semplicemente perchè oscurati da ingombranti presenze nel proprio club o in nazionale.

Abbiamo quindi deciso di inaugurare Alta Fedeltà, la sezione de Il Posticipo dedicata alle classifiche, con quelli che secondo noi sono stati i cinque calciatori più sottovalutati degli ultimi venti anni.

5. Oliver Neuville

Nato in Svizzera da madre italiana e diventato famoso in Germania. A prima vista può sembrare il curriculum di un capitano di ventura del Cinquecento, ma è la piccola grande storia di Oliver Patric Neuville, attaccante tuttofare dello sfortunato Bayer Leverkusen di Klaus Toppmöller. Oscurato dalla personalità di Ballack, dallo strapotere fisico di Lucio e dal più appariscente compagno di reparto Berbatov, Neuville è invece l’elemento chiave della squadra tedesca che nel 2002 sfiora campionato, coppa di Germania e Champions’ League nel giro di due settimane.

Oliver Neuville con la maglia della nazionale tedesca durante il Mondiale 2002

Nel 4-4-1-1 di Toppmöller, Neuville, che con il suo metro e settantuno non è certo un marcantonio, può fungere indifferentemente da prima punta, trequartista o attaccante esterno. In qualsiasi ruolo è in grado di combinare quantità e qualità, garantendo alla squadra tedesca l’equilibrio necessario ad esaltare il collettivo a discapito delle individualità. All’inesauribile spirito di sacrificio, Oliver aggiunge una notevole capacità di creare spazi per gli inserimenti compagni e soprattutto un micidiale killer instinct sotto porta.

Per informazioni chiedere al Manchester United di Sir Alex Ferguson, sconfitto dal Bayer nella semifinale di quella famosa Champions’ League. Il doppio scontro è deciso dalle reti segnate in trasferta, con i tedeschi che a Manchester agguantano il 2-2 dopo essere andati due volte in svantaggio e che a Leverkusen si fanno infilare da Keane prima di riacciuffare gli inglesi ottenendo la qualificazione. Volete indovinare chi ha segnato entrambe le reti decisive?

4. Kim Källström

Partiamo da un presupposto: se Zlatan Ibrahimovic, mica uno qualsiasi, ti lascia tirare i calci di punizione, significa che sei bravo. Peccato che un ottimo attore può diventare una leggenda solo se trova il palcoscenico adatto. Esattamente quello che non è avvenuto a Kim Källström, calciatore svedese di ottimo livello che non è però mai definitivamente esploso, almeno mediaticamente parlando.

Perché su un campo di calcio Kim ci sa fare. Un fisico anche troppo statuario per un trequartista, che infatti viene subito dirottato in mediana. Il sinistro è letale, soprattutto da fermo, ma anche per confezionare assist perfetti. Nel Lione dei brasiliani il suo ruolo è quello di coniugare quantità e qualità. Se poi arriva un calcio di punizione, l’erede di Juninho Pernambucano è proprio lui, il numero sei. Sei, come le stagioni allo Stade Gerland, con quasi duecento presenze e diciassette reti.

Kim Källstrom durante il match di Euro 2016 tra Svezia e Italia

Una presenza fissa in Champions’ League e l’interesse mai concretizzato di molte big del campionato inglese. Alla fine la Manica la attraversa, dopo un’esperienza allo Spartak Mosca, giocando nell’Arsenal quanto basta per conquistare la FA Cup prima di tornare in Svezia. Källström rappresenta quel tipo di calciatore che non ruba mai l’occhio, ma dalla cui assenza possono dipendere le sorti di una squadra. Come dimostra il Lione, che dopo la partenza dello svedese non ha più conquistato la Ligue 1.

3. Giovanni van Bronckhorst

Sin dai tempi di Cruijff, in Catalogna piacciono gli allenatori in campo. Non è un caso che, una volta appesi gli scarpini al chiodo, molti dei calciatori passati in maglia blaugrana abbiano scelto di continuare la propria carriera sedendosi in panchina. Anche perché quando giochi nel Barça fai esperienza ancor prima di cominciare. È il caso di van Bronckhorst, che arriva alla corte del connazionale Frank Rijkaard nel 2003.

Calciatore poliedrico, in grado di ricoprire parecchi ruoli, l’attuale allenatore del Feyenoord si fa apprezzare soprattutto per le qualità tattiche, che lo rendono subito insostituibile nello scacchiere tattico catalano. In assenza di Xavi, o quando il numero sei è oggetto di attenzioni un po’ troppo pressanti degli avversari, funge da secondo regista e da buon olandese è particolarmente attento a coprire i movimenti dei compagni grazie a un magistrale senso della posizione.

L’esultanza di Giovanni van Bronckhorst dopo la rete contro l’Uruguay nella semifinale del Mondiale 2010

Nei suoi anni in Spagna resta un po’ in ombra, difficile emergere quando i compagni di squadra si chiamano Ronaldinho, Eto’o, Iniesta o Messi, ma è l’ingranaggio fondamentale per far sì che il meccanismo blaugrana giri alla perfezione. Notevole inoltre il suo carisma, che lo porta ad indossare la fascia di capitano della nazionale nella sfortunata finale mondiale di Johannesburg. Un leader silenzioso, spesso passato sotto traccia, ma sempre capace di guidare la squadra. Dal campo o dalla panchina.

2. Santiago Cañizares

Intendiamoci, qui abbiamo anche un parere pesante. Peter Schmeichel, un altro su cui andrebbe scritto un trattato, ha definito nel 2004 l’estremo difensore spagnolo, all’epoca già trentacinquenne, il miglior portiere del mondo. Mica male quando giochi nello stesso periodo di Gigi Buffon e Oliver Kahn. Eppure nella maggior parte delle classifiche “importanti”, Santi non c’è. Se si nomina un portiere spagnolo, la scelta va quasi certamente su Iker Casillas, arricchendo la già ricca dicotomia tra i due.

Nel 2002 infatti è proprio Cañizares, con una bella dose di sfortuna, a regalare all’attuale capitano della Spagna la maglia da titolare della Roja. L’estremo difensore del Valencia sta vivendo una seconda giovinezza a guardia dei pali del Mestalla e Camacho lo ha scelto come primo portiere per la spedizione in Corea e Giappone. Ma durante il ritiro a Jerez i riflessi giocano un brutto scherzo a Santiago, che tenta di bloccare con un piede una boccetta di dopobarba che gli è scivolata. Il risultato di questa prodezza è un tendine reciso, che impedisce a Cañizares di giocare il Mondiale e lancia il giovane Iker.

Cañizares e Sissoko festeggiano la Coppa UEFA 2004 vinta dal Valencia

Famoso per il carattere estroso dentro e fuori dal campo, Cañizares è uno dei segreti del Valencia che all’inizio del terzo millennio riesce a interrompere lo strapotere delle grandi di Spagna. Portiere istintivo, dotato di riflessi fulminei e difficilmente superabile nell’uno contro uno, Santiago rappresenta uno degli ultimi esempi di estremo difensore vecchia scuola, ma nell’immaginario collettivo paga l’ascesa di una nuova tipologia di interprete del ruolo e l’ingombrante presenza di colleghi importanti.

1. Toni Kroos

L’elogio della normalità. Toni Kroos gioca a calcio. E se giochi a calcio e fai il regista, il tuo compito è che il pallone giunga nei piedi del tuo compagno al momento giusto e con la massima precisione possibile. Niente di più, niente di meno. Qualcuno lo chiamerebbe compitino, accusando il calciatore di non fare mai più del dovuto. Eppure se il Pallone d’Oro si assegnasse solo basandosi sull’efficacia delle giocate, il ragazzo di Greifswald lo vincerebbe ogni anno.

Non avrà lo spunto di Bale, non può naturalmente essere Ronaldo o Benzema, a volte è addirittura degradato a semplice scudiero di Modric. Ma Toni Kroos è molto di più. Quello che molti considerano un onesto comprimario è il primo a ricevere la maglia da titolare. Non è esagerato definirlo il cervello delle merengues. Lo sapeva Carlo Ancelotti e lo sa Zinedine Zidane, che sulle geometrie del tedesco costruisce il gioco del suo Real Madrid. Pochi dribbling, niente personalismi. Un metronomo, perfetto ed implacabile.

Toni Kroos mentre si appresta a calciare un corner

Il suo “problema”, se di problema effettivamente si può parlare, è la capacità di rendere normale ciò che in realtà è straordinario. Nelle proverbiali reti di testa di Ramos c’è sempre un cross, e perdonerete il gioco di parole, di Kroos, preciso fino all’inverosimile. Un passaggio millimetrico in mezzo a una selva di gambe? Fatto da Toni sembra un gioco da ragazzi. Gioca quasi a nascondersi il ventisettenne tedesco, senza mai prendersi i riflettori e minimizzando la sua importanza nello scacchiere del Real. Qualcuno la luce accecante del suo talento la vede eccome. Gli altri? Beh, prima o poi, inevitabilmente arriveranno a destinazione. Esattamente come un passaggio di Toni Kroos.

La top five di oggi si conclude qui. Ma ricordate sempre che il nostro è ovviamente un giudizio soggettivo e che saremo più che felici di ricevere suggerimenti e critiche. Perché con sessanta milioni di allenatori il confronto non è solo obbligato, ma anche molto stimolante!