Francesco Cavallini

Stopper. Dall’inglese, colui che ferma. Con le buone o con le cattive, questo resta da vedere. Il numero cinque, dei due difensori centrali, è da sempre quello meno portato alle cortesie. Rude quanto basta, spesso dominante nel gioco aereo, a lui spettava (e spetta tuttora, nonostante ora si chiami semplicemente difensore centrale) l’ingrato compito di francobollarsi alla punta avversaria e seguirlo ovunque. Chiaro che con l’avvento della marcatura a zona l’elemento della partita ad acchiapparella è venuto un po’ a mancare, ma di norma in una coppia (o in un terzetto) di difensori, c’è sempre quello un po’ più elegante, che imposta e comanda la difesa, i movimenti e la disposizione tattica, e quello che fa il lavoro sporco. Una volta aveva il numero cinque. Ora è più raro vederne, ma qualcuno ancora difende la categoria.

Basti pensare a Carles Puyol. La bandiera dell’impegno e della passione per il calcio, in Catalogna, ma non solo. Che ha saputo esemplificare la vita ed il ruolo un po’ ingrato dello dello stopper con una frase memorabile, in cui tutti i numeri cinque del mondo non faranno fatica a riconoscersi. Non ho la tecnica di Romario, la velocità di Marc Overmars o la forza di Patrick Kluivert. Ma io lavoro di più rispetto agli altri. Sono come lo studente che non è tanto intelligente, ma ripassa per gli esami e infine li supera. In realtà l’ex capitano del Barça è troppo severo con se stesso. La tecnica, seppur non eccelsa, non gli è mai mancata, soprattutto negli anni in cui scorrazzava per la fascia destra. Ma poi ha trovato la sua dimensione, quella del numero cinque, del centrale di lotta, più che di governo. Anche se il carisma a Tarzan (soprannominato così per le urla lanciate in direzione dei compagni) non è mai mancato.

Scegliere un numero cinque tricolore diventa ancora più semplice, perchè c’è stato qualcuno che per più di vent’anni l’ha indossato in giro per l’Italia, arrivando, anche una volta superati i quarant’anni, a dare la paga a ragazzi che potevano essere suoi figli. Pietro Vierchowod era detto lo Zar perchè suo padre era un ex militare dell’Armata Rossa, ma anche se il soprannome avesse avuto a che fare con la sua capacità di dominare la sua area di rigore, beh, ci sarebbe stato comunque poco da ridire. Anche perchè Maradona, non certo uno particolarmente incline ai complimenti, l’ha definito senza mezzi termini l’avversario più duro mai affrontato. Terrore nel vederselo arrivare di fronte, terrore nel sentirlo recuperare alle spalle, con quella falcata cadenzata e il tackle infallibile. La Roma e la Samp scudettate non lo ringrazieranno mai abbastanza. E non avranno più un cinque come lui.

Franz Beckenbauer durante il Mondiale 1974

Ma nessuno, nella storia del calcio, incarnerà mai il numero cinque come un calciatore che, in fondo, stopper non era, ma che l’ha indossato e l’ha reso iconico in tutto il mondo. Il re dei numeri cinque, anzi, il Kaiser. Franz Beckenbauer non è uno stopper nel vero senso del termine e forse non è mai stato neanche davvero un difensore. Padre putativo della tradizione tedesca del centrocampista che retrocede di un reparto (Matthaus, Sammer, per citarne un paio), il bavarese ha però saputo interpretare il ruolo ricoperto e il numero che indossava alla perfezione. Parliamo forse di un 5,5 perchè alla forza fisica dello stopper, Kaiser Franz univa la sapienza tattica e la capacità di impostare del libero. Il difensore perfetto? Forse. Di certo il migliore ad aver onorato quella maglia.