Francesco Cavallini

Da che lato si legge una formazione? Facile. Da destra a sinistra. Perchè? Perchè, almeno una volta, la fascia destra era territorio di caccia dei numero due. Il terzino destro, il full back, quello che, per definizione, deve stare più indietro di tutti. Poi è arrivata la difesa a tre e un sacco di altri cambiamenti, ma quella maglia è rimasta a marchiare a fuoco il difensore di fascia. Sempre? No, perchè nelle tante varianti del gioco, il numero due è finito sulle spalle di altre tipologie di calciatore. Prendiamo il modulo all’italiana, che un terzino destro non ce l’aveva. E quindi la maglia spettava a Claudio Gentile. Terzino? Macchè, marcatore puro, che del full back mantiene comunque la predisposizione a non muoversi mai dalla sua zona.

Claudio (poco) Gentile su Maradona

Già, perchè, per qualche oscura ragione tra i due terzini, quello destro è quello più bloccato. Se dall’altro lato il fascino del numero 3 sta nella sgroppata a tutta fascia, l’inserimento in zona goal, la bordata da lontano, il numero due è l’onesto manovale del calcio, spesso senza le capacità tecniche del suo dirimpettaio, che si fa notare per ben altre qualità. Il contrasto, ad esempio, l’abilità in marcatura, la resistenza. Basta pensare a Beppe Bergomi.

italia germania 1982

Rummenigge contrastato dal 18enne Bergomi.

Lo Zio ha rappresentato per due decenni il perfetto numero due. Concentrazione ed equilibrio. Le chiavi per la vittoria, almeno secondo la scuola tricolore. Che nasce con Tarcisio Burgnich, che la maglia numero due gioca la partita delle partite, quell’Italia-Germania all’Azteca e per una volta lascia la sua area, lanciandosi in avanti e facendo ciò che per una carriera intera ha cercato di impedire. Stop, tiro al volo e rete. Risultato parziale? Naturalmente, due a due.

In Brasile, da sempre, la pensano diversamente. Di difendere nessuno ha voglia, figuriamoci chi spesso ha davanti a sè un intero campo da divorare, con progressioni veloci e potenti. Lasciare sul posto l’avversario, correre sul fondo e servire il compagno, come la migliore delle ali destre. Oppure accentrarsi e fare secco il portiere avversario con traiettorie impensabili. Anche tra i verdeoro c’è una scuola per i numeri due, e da sempre vengono fuori come fossero fatti con lo stampino. Il capostipite è stato Djalma Santos, seguito da Carlos Alberto, Maicon, Cafu, Dani Alves…e potremmo andare avanti a lungo.

Cafu, ultimo capitano Campione del Mondo del Brasile

Se per la scuola carioca la miglior difesa è l’attacco, non si può dire lo stesso per quella tedesca. Dove il numero due sarà per sempre legato a Berti Vogts, centosettanta centimetri di aggressività e rigore (per sua fortuna solamente tattico).

Berti Vogts

Lasciate agli altri le cose frivole, ma se c’è da mordere le caviglie citofonate Berti. Che se era in giornata poteva bloccare chiunque, anche una divinità del pallone come Johan Cruijff. Nella finale 1974 il Profeta del Gol scappa a Vogts una sola volta, al primo minuto. Poi il loro scontro cambia registro e la Germania porta a casa la coppa. Facile. Come contare fino a due.