Francesco Cavallini

Prima dell’era Guardiola (nelle cui squadre inspiegabilmente tutti fanno i difensori centrali tranne che, per l’appunto, i difensori centrali), il jolly era una tipologia di calciatore talmente raro che lo stesso almanacco illustrato del calcio era restio ad inserire questa denominazione accanto al nome del giocatore. Ora, complici un paio di rivoluzioni tattiche ed un improvviso utilizzo di mezzi ipertecnologici per valutare prestazioni e tendenze dei singoli calciatori, va invece di moda andare per tentativi e cercare di sfruttare ogni membro della rosa in più posizioni sul campo. Qualsiasi allenatore che si rispetti vorrebbe in squadra almeno quattro o cinque Florenzi, eletto per acclamazione come rappresentante dei calciatori in grado di giocare con disinvoltura in almeno tre ruoli. Chi questa fortuna non ce l’ha, tenta di fare di necessità virtù adattando i suoi giocatori in posizioni a loro poco familiari. Tra un esperimento ben riuscito (la metamorfosi di Mandzukic da punta a esterno tornante), qualcuno ancora in via di definizione (Nainggolan trequartista segna di più, ma difende di meno) e altri miseramente falliti (Kolarov avrà certamente tante altre qualità, ma da centrale di difesa proprio non può giocare), vediamo la storia di chi ha saputo reinventarsi in una posizione differente e da calciatore di buon livello è diventato una stella.

5. Simone Perrotta

Giramondo per nascita e per vocazione, Simone Perrotta finisce per girare anche tre quarti dei ruoli disponibili in un campo di calcio. Il ragazzo nato ad Ashton-under-Lyne, ma cresciuto a Cerisano, inizia la sua carriera come centrocampista tuttofare, prima nella Reggina e poi nel Bari. Quando arriva al Chievo, sotto la guida di Gigi Del Neri, si trasforma in incontrista, mettendo il suo inesauribile moto a disposizione delle geometrie di Eugenio Corini. Ritrova l’allenatore friulano anche a Roma, dove viene schierato sempre a centrocampo per equilibrare il tridente Totti-Cassano-Montella. Ma è l’arrivo nella capitale di Luciano Spalletti a trasformare un buon centrocampista in un calciatore in grado di prendere parte da protagonista alla vittoriosa spedizione di Germania 2006 (giocando tra l’altro tutte le partite).

Simone Perrotta esulta per una rete in maglia giallorossa

Nel rivoluzionario 4-2-3-1 ideato dal tecnico di Certaldo, Perrotta gioca da trequartista. I piedi non sono raffinatissimi, ma i tempi di inserimento e la capacità di portare un pressing asfissiante sui primi portatori di palla sono di livello mondiale. In giallorosso realizza 49 delle 59 reti messe a segno in carriera e si segnala come modello di una nuova tipologia di trequartista, meno votato all’assist e alla giocata spettacolare, ma in grado di dare equilibrio alla squadra e di spaccare in due le difese avversarie con tagli rapidi e letali. Termina la carriera nel 2013, non prima di aver provato l’ebbrezza di essere schierato più volte anche da terzino destro durante la breve e sfortunata esperienza nella capitale di Luis Enrique.

4. Gianluca Zambrotta

La storia di un altro campione del mondo 2006 (e non sarà l’ultimo presente in questa lista…) potrebbe essere riassunta in Gianluca ed il mondo all’incontrario. In realtà la sua autobiografia è intitolata Una vita da terzino, ma si tratta di una innocente bugia. Perchè l’esterno difensivo sinistro della Nazionale, che ha contribuito a riportare la Coppa da Berlino con una delle sue due reti in novantotto presenze azzurre, ha iniziato la sua gloriosa carriera…da ala! E non è tutto. Nel Como e nel Bari il giovane Zambro scorrazzava sulla fascia destra, la stessa su cui lo piazza Carlo Ancelotti al suo arrivo alla Juventus.

Allegri e Zambrotta ai tempi del Milan

Ma Carletto gioca con un 5-3-2 che in realtà è più simile ad un 3-5-2 e quindi Gianluca è costretto ad arretrare il suo raggio d’azione e ad affinare le proprie capacità difensive. La metamorfosi definitiva è opera di Marcello Lippi, che sposta Zambrotta sulla fascia sinistra in una difesa a quattro. Quella che era una guizzante ala destra si trasforma quindi in uno dei migliori terzini sinistri della sua generazione, che oltre al mondiale 2006 vanta nel suo palmares anche tre campionati italiani (due con la Juventus e uno con il Milan), un’esperienza biennale al Barcellona e la convocazione in maglia azzurra per tre Coppe del Mondo e altrettanti campionati europei. Quello del 2000 Zambro lo affronta da ala. Tutti gli altri, rigorosamente da terzino.

3. Kenny Burns

Inizia la carriera da difensore, anche se centottanta centimetri sono pochini quando ti trovi di fronte dei marcantoni di due metri per cento chili. In Scozia può andare bene, ma in Inghilterra no. E quindi quando arriva al Birmingham City lo schierano punta centrale. E va forte, ah se va forte. Quarantacinque reti in più di 150 partite, non sarà Kevin Keegan ma neanche l’ultimo arrivato. Poi lo cedono al Nottingham Forest e quel volpone di Brian Clough lo guarda e gli dice “Kenny, quest’anno torni a fare il difensore“.

Brian Clough, leggendario allenatore del Nottingham Forest

Lo scozzese già immagina altre figuracce come quando era giovane a Glasgow, quando gli attaccanti avversari gli passavano sopra senza che l’arbitro dicesse nulla. Ma accanto ha Larry Lloyd, uno che per passargli sopra devi prima sparargli un paio di volte e metterlo sotto con la macchina, non sia mai dovesse decidere di rialzarsi dopo i colpi di pistola. E quindi quella capacità di leggere il gioco che aveva permesso a Burns di imparare a segnare con continuità ora torna al servizio della difesa. Larry picchia, Kenny gestisce. Funziona. Funziona talmente bene che il Forest vince una First Division, due Coppe dei Campioni e, tra le altre cose, una Supercoppa Europea. Chi segna la rete decisiva nel match di ritorno contro il Barcellona? Kenny Burns. Perchè come suggerisce un vecchio canto popolare, sarà bello il primo amore, ma il secondo è più bello ancora.

2. Paul Scholes

Può un calciatore che Xavi (non certo l’ultimo arrivato) ha più volte definito il migliore centrocampista degli ultimi quindici anni essere cresciuto calcisticamente in un’altra zona del campo? Se parliamo di Paul Scholes, tutto è possibile. Difficile a credersi dall’alto (o dal basso) del suo metro e settanta, ma Scholes ha iniziato la sua gloriosa carriera da punta centrale. Sir Alex Ferguson lo inserisce spesso a partita in corso e l’allora numero 24 ricambia la fiducia del suo allenatore con un buon numero di reti. Il fisico non lo aiuta, ma il fiuto del gol è evidente. A dimostrarlo c’è la richiesta del Blackburn, che ad ogni tentativo dello United di acquistare Alan Shearer pone come condizione necessaria lo sbarco dell’attaccante pel di carota nel Lancashire. Shearer non arriverà mai a Old Trafford e Scholes, per la gioia dei tifosi dei Reds, resta a Manchester. Quando Simon Davies lascia il club, Paul si prende la maglia numero 18 che indosserà per tutto il resto della sua carriera.

Paul Scholes durante un match di Champions League

Ma le novità non finiscono qui. Quando nel 1997 Roy Keane è costretto a fermarsi per due mesi per un infortunio al ginocchio, Sir Alex affida le chiavi del centrocampo dello United proprio a Scholes. Il resto, come si suol dire, è storia. Paul non uscirà più dalle rotazioni della mediana e al rientro di Keane formerà con l’irlandese una delle coppie di centrocampisti meglio assortite e più apprezzate della storia del calcio inglese. Il fiuto del gol non abbandonerà mai il ragazzo di Salford, che termina la carriera con 155 reti all’attivo, raggiungendo addirittura quota venti nella stagione 2002-03. Ma di certo quando si parla di Paul Scholes viene in mente la regia sopraffina, una tecnica fuori dal comune, il perfetto equilibrio tra qualità e quantità e l’enorme grinta, che spesso e volentieri l’ha portato a ricevere cartellini a palate. Non male comunque per chi all’inizio della sua storia calcistica, per via dell’asma e della struttura fisica, si sentiva spesso ripetere che da attaccante non mai avrebbe combinato nulla. Eppure, in un certo senso, chi glielo diceva ha quasi avuto ragione. Quasi.

1. Andrea Pirlo

A volte le sfortune si trasformano magicamente in momenti che cambiano la vita per sempre. È il caso di Andrea Pirlo, che arriva a Brescia in prestito dall’Inter nel mercato di riparazione della stagione 2000-01. È un ritorno a casa per il calciatore, che ha esordito in Serie A proprio con le rondinelle. Ma nel suo ruolo in quel Brescia non c’è uno qualsiasi, bensì Roby Baggio, all’ultimo atto della sua splendida carriera. In realtà il Divin Codino agisce da seconda punta dietro a Dario Hubner, ma lui ed il giovane Andrea si pestano i piedi. L’illuminazione per garantire la convivenza dei due arriva a Carletto Mazzone, che arretra Pirlo di una ventina di metri, lo piazza davanti alla difesa e gli dà le chiavi del centrocampo. Bastano dieci partite per ammirare i risultati. Anzi, ne basta una, JuventusBrescia. Baggio ammutolisce il Delle Alpi con un controllo sublime e un dribbling su Van der Sar, ma il lancio da cinquanta metri è firmato Pirlo.

Andrea Pirlo e Nicola Ventola nell'Inter '98-'99

Andrea Pirlo e Nicola Ventola nell’Inter ’98-’99

Ma l’Inter non è convinta e inserisce il ragazzo in un’operazione di mercato sciagurata, che porta alla Pinetina Brnčić (subito silurato da Cuper) e manda Andrea sull’altra sponda di Milano. È l’inizio di una leggenda, perche Carlo Ancelotti, che subentra a novembre a Terim, ricorda bene la prestazione di Pirlo contro la sua ex squadra. Chiede quindi al calciatore la disponibilità a continuare a giocare da regista arretrato. Il ragazzo di Brescia acconsente e da quel punto del campo non si muoverà più, prima come vertice basso del rombo con Gattuso, Ambrosini e Rui Costa e poi, nel corso degli anni, anche come centrale della mediana di lotta e di governo con Ringhio e Ambro a sostegno di Seedorf e Kakà nell’ormai celebre albero di natale di Ancelotti.

Nel periodo della consacrazione per Pirlo arrivano due Champions League, la Coppa del Mondo 2006 con Lippi che gli costruisce intorno il centrocampo azzurro, ed il titolo onorifico di Maestro, con ancora oggi è famoso in tutto il globo. A 32 anni appena compiuti viene scaricato dal Milan e si accasa alla Juventus, dove per quattro stagioni continua a costruire calcio, vincendo altrettanti campionati e ottenendo addirittura una standing ovation dall’esigentissimo pubblico del Bernabeu durante un match di Champions League. Attualmente è il Designated Player (il calciatore escluso dalle regole salariali) dei New York City FC e non ha alcuna intenzione di abbandonare il mondo del football. E la longevità agonistica di Andrea Pirlo è solo l’ultimo dei benefici del cambio di ruolo che probabilmente ha più radicalmente influito sulla storia del calcio mondiale degli ultimi decenni.