Francesco Cavallini

Il numero perfetto. Non stupisce certo che nel corso degli anni sia finito sulle spalle di calciatori che hanno rappresentato l’eccellenza. Chi non ha mai sognato di essere Paolo Maldini? Eleganza, forza, carisma, tutto raccolto in quel tre da sfoggiare durante una cavalcata sulla sinistra o un recupero alla disperata. Oppure di avere un piede sinistro che accomuna quasi tutti i grandissimi con la maglia con su la cifra perfetta. Già, perchè se il due è il terzino destro, il tre, salvo rare eccezioni, è il bucaniere della fascia mancina. L’arrembante terzino fluidificante, ruolo inventato e padroneggiato da chi solo a difendere si annoiava un po’ troppo.

Questo qualcuno, neanche a dirlo, era brasiliano. Se ci fosse una formula per creare in laboratorio il numero tre perfetto avrebbe la corsa di Nilton Santos, il fisico di Nilton Santos, la capacità nell’anticipo di Nilton Santos e la pericolosità in fase offensiva di…ok, avete capito. Quando il Brasile nel 1958 ha fatto conoscere al mondo le sue stelle, tutti guardavano il fantasmagorico trio Didi-Vava-Pelè. Che saranno anche stati tre brasiliani neri come chicchi di caffè, come suggeriva il Quartetto Cetra, ma che in fondo non hanno creato dal nulla un nuovo ruolo. Le difese bloccate e rigide d’Europa crollavano sotto i dribbling di Garrincha, ma venivano scardinate dalle discese di Nilton Santos, che nel corso di un mondiale fa nascere il concetto di fluidificante e ispira una serie di cloni più o meno riusciti che ancora oggi popolano i nostri campi.

Uwe Seeler

Facchetti e Seeler prima di Italia-Germania 4-3 del 1970

A guardare quel Brasile da lontano (perchè la nazionale italiana a quel mondiale non c’è, ma anche e soprattutto perchè lui ha solo sedici anni) è Giacinto Facchetti, che all’epoca gioca nella Treviglianese e fa l’attaccante. Nel 1961, su idea di Helenio Herrera, viene riconvertito terzino e sfrutta tutte le doti fisiche che gli permettevano di fare la differenza quando era schierato più avanti. Una rete. Cinque. Dieci (il primo difensore a segnarne così tante in una sola stagione in A). Alla fine saranno settantacinque, senza rigori, tutte con la maglia dell’Inter. Tutte con il numero tre sulle spalle. Che così anche per noi italiani diventa l’armatura del cavaliere senza macchia e senza paura, del terzino che coraggiosamente si unisce alla lotta e accompagna i suoi compagni all’attacco.

Un mito che si diffonde un po’ ovunque, anche nella conservatrice Germania, dove è difficile immaginare qualcuno che possa contravvenire alle ferree regole della tattica senza venire ripreso. A meno che questo qualcuno non sia Paul Breitner, che delle regole se ne è sempre fregato il giusto. In testa un bell’afro, barba e baffi che sarebbero stati meglio a un ideologo politico che a un terzino sinistro, in tasca, si mormora, il libretto rosso di Mao. Se c’è nella storia del calcio tedesco a cui qualche deroga è concessa, non può essere che lui. Che gioca a sinistra, con il sacro numero tre, ma potrebbe star bene ovunque, un po’ come gli storici avversari dell’Olanda totale. Ambidestro, esplosivo, veloce, tecnico. Sprecato forse su quella fascia, ma è lì che fa la storia. Tira anche i rigori, perchè tra le doti del numero tre il coraggio lo danno di serie. E segna, due volte, in due diverse finali di Coppa del Mondo. Pensare che sia un’impresa riuscita solo a Vava, Pelè e Zizou mette le cose in prospettiva, no?

Roberto Carlos con la maglia dell'Inter

Roberto Carlos con la maglia dell’Inter

Breitner ci ha insegnato anche che non tutti i numeri tre devono essere belli e aggraziati. Per fortuna, altrimenti a nessuno sarebbe venuto in mente di affidare quella maglia a Roberto Carlos. Che non è di certo un adone come il Bell’Antonio Cabrini o un corazziere come Facchetti, ma le altre caratteristiche del tre ce le ha un po’ tutte. E forse, tra tutti, un punto a suo favore ce l’ha anche lui. Il terzino sinistro, essendo mancino, a volte è l’unico a poter battere calci piazzati dal suo lato. Ecco, Roberto Carlos della palla da fermo ha fatto un arte. Riguardate lo storico gol contro la Francia, quella traiettoria impossibile che lascia di sasso Barthez. Si gode meglio dal replay da dietro, che mostra però una piccola incongruenza. Quel giorno il brasiliano indossa la maglia numero sei. Ma non si tradisce del tutto. Perchè le dita del piede sinistro che fiondano quella sfera impazzita sono, neanche a dirlo, proprio tre…