Francesco Cavallini

Che la pista sia Watkins Glen, Dallas, Detroit, Phoenix, Indy o Austin, poco importa. Il Gran Premio degli Stati Uniti di Formula 1 è da sempre una delle gare più particolari del campionato mondiale. Si corre in un paese che per il Circus non ha tutto questo grande amore, preferendo di gran lunga la Indy Car o la NASCAR. Sarà forse per una sorta di strano contrappasso che le gare che si svolgono negli USA sono quasi sempre molto spettacolari (ma sarebbe meglio dire “confusionarie”), ricche di incidenti e di colpi di scena, soprattutto quelle sul circuito di Indianapolis. È come se la Formula 1 cercasse di far innamorare di sè i fan a stelle e strisce. Risultati? Non eccelsi. Ma sicuramente chi ha assistito a queste edizioni del GP degli USA non si è annoiato.

2002: un arrivo in parata mal riuscito

La stagione 2002 del Mondiale di Formula 1 è quella del dominio assoluto della Ferrari. Quindici gare vinte su diciassette disputate, con i soli Ralf Schumacher e Coulthard a interrompere una volta ciascuna lo strapotere delle Rosse di Maranello. Che però a Indianapolis controllano la gara dal primo all’ultimo giro. Nel vero senso della parola, dato che Michael Schumacher, che ha guidato la corsa senza soluzione di continuità, nelle ultime tornate rallenta nettamente il passo per prepararsi all’arrivo in parata. Che si concretizza, ma il primo a sorpassare la linea di mattoni del circuito americano è Rubens Barrichello, che sopravanza il Kaiser di undici millesimi, stabilendo il primato per il minor distacco di sempre tra primo e secondo, ma “scippando” la vittoria del Gran Premio degli Stati Uniti a Schumi.

2003: la giornataccia di Montoya

Juan Pablo Montoya conosce bene la pista di Indy, essendosi aggiudicato ben due volte la leggendaria 500 miglia (2000 e 2015). E nel Gran Premio degli Stati Uniti del 2003 sembra effettivamente giocare in casa. Parte quarto, si ritrova settimo, ma comincia una serie impressionante di sorpassi. Uno, quello su Barrichello, è un po’ troppo aggressivo e manda fuori gara il brasiliano della Ferrari. Quando comincia a piovere il colombiano dà il meglio di sè, fino a ritrovarsi al terzo posto, ma quando durante il pit-stop il bocchettone della benzina della sua Williams si incastra e gli fa perdere tempo, si capisce che non è giornata. Lo confermano i commissari, che gli comminano un drive-through per l’incidente con Barrichello, spedendolo in undicesima posizione. Arriverà sesto, perdendo matematicamente la possibilità di conquistare il Mondiale anche vincendo l’ultimo GP.

2004: otto piccoli Indianapolis…

Si parte in venti, nonostante Trulli non sia riuscito a fare neanche il tempo in qualifica. Ma gli tornerà utile. Si arriva in otto, minimo sindacale per assegnare tutti i punti validi per il Mondiale. L’ultimo lo prende addirittura Baumgartner, arrivato con giusto tre giri di ritardo da Michael Schumacher. E i dodici che mancano all’appello? Montoya è ancora arrabbiato dall’edizione precedente e si becca una bandiera nera per aver lasciato la sua Williams in pista per un guasto all’avvio ed essere ripartito con il muletto. Alcuni si schiantano tra di loro nei primi giri, costringendo la safety car a fare avanti e indietro dai box, altri vedono le loro vetture abbandonarli per guasti più o meno gravi. Alla fine vince il solito Schumacher, che supera Barrichello con una manovra al limite del regolamento.

2005: …e sei soli ne restar

Stavolta in sei partono e altrettanti arrivano al traguardo. Motivo? Un ritiro collettivo delle vetture gommate Michelin, dato che la casa francese non ritiene gli pneumatici predisposti per il Gran Premio degli Stati Uniti in grado di garantire la sicurezza dei piloti in pista. A dimostrare la bontà della decisione è l’incidente di Ralf Schumacher nelle prove libere, dovuto proprio al consumo anomalo delle gomme. Ma siccome sei vetture su venti (tra cui le Ferrari) sono invece gommate Bridgestone, la gara si tiene, seppure a ranghi notevolmente ridotti. Doppietta Ferrari, davanti alle Jordan e alle Minardi. Polemiche a non finire, ma il risultato di Indy non avrà ripercussioni sul Mondiale, che viene comunque vinto da Alonso.

2013: oh la la, Romain Grosjean

Ad Austin, sul circuito inaugurato nel 2012, ci sono decisamente meno incidenti e nella stagione 2013 arrivano al traguardo addirittura ventidue vetture su ventitre. L’unico a ritirarsi, al primo giro, è Sutil, che si schianta contro le barriere e costringe la Safety Car a entrare in pista. La giornata regala a Sebastian Vettel l’ottava vittoria consecutiva, striscia record nella storia della Formula 1, ma il tedesco non sarà l’unico a ricordare per sempre l’edizione 2013 del Gran Premi degli Stati Uniti. Sul secondo gradino del podio sale infatti Romain Grosjean per la prima (e finora ultima) volta in carriera, riuscendo nell’impresa di tenersi dietro ben quattro campioni (o futuri campioni) del mondo: Hamilton, Alonso, Rosberg e Button.