Francesco Cavallini

Può succedere, ma non deve succedere. Sono volate parole di troppo tra Capitan Lulic e il Generale Inzaghi. Lo sguardo del tecnico non fa presagire niente di buono per il bosniaco, ma va anche valutata la situazione in cui lo scontro dialettico ha preso forma. Lulic sostituito, arrabbiato probabilmente più con se stesso che con l’allenatore a causa dell’autorete che aveva rimesso in gioco il Bologna. Poi, come si dice, tutto è bene quel che finisce bene, ma il battibecco si inserisce di diritto in una lunga tradizione di dibattiti poco composti in maglia biancoceleste. Alcuni hanno avuto effetti positivi per la Lazio, altri un po’ meno.

La Lazio di Maestrelli, insulti all’ordine del giorno

In una versione tutta biancoceleste di Dr Jekyll e Mr Hyde, la squadra che conquista lo Scudetto 1973/74 ha due facce ben distinte. La domenica (perchè allora si giocava solo di domenica) un rullo compressore, una macchina perfetta e capace di ogni impresa. Gli altri giorni? Risse, insulti e chi più ne ha più ne metta. Si sopportavano poco quei giocatori, anzi, si erano divisi in due clan, uno guidato da Chinaglia e l’altro da Martini. E giù interventi da macellaio in allenamento, spinte, epiteti irripetibili, finchè Maestrelli non risolve il problema facendo come a scuola: separando i bambini irrequieti. Due spogliatoi, due mense, ci si vede in campo e come va va. Ma la domenica, ogni maledetta domenica, andava bene. E c’è ancora un tricolore in bacheca a dimostrarlo.

Almeyda, Mancini e uno scudetto sfiorato

Che Mancini avesse già il piglio da allenatore quando giocava è risaputo. Che abbia “deciso” una partita e con essa una stagione, beccandosi anche parecchi insulti, è una cosa che sanno in pochi. Siamo nel 1998 e la Lazio di Eriksson incontra la Roma di Zeman. I giallorossi vanno in vantaggio, ma poi vengono sommersi dai biancocelesti. Manca poco meno di un quarto d’ora e la Lazio è in vantaggio 3-1. A quel punto si fanno avanti due scuole di pensiero. Chi, come Almeyda, che sostiene che la squadra debba continuare ad attaccare. Chi, come il Mancio, che convenga giocare più coperti. Alla fine la Roma pareggia e l’argentino comincia a battibeccare con Mancini, a suo dire “reo” di aver imposto la condotta sbagliata di gara. E la lite continua, anche e soprattutto dentro gli spogliatoi, con Almeyda convinto che l’atteggiamento di quel derby possa costare caro alla Lazio. E ha ragione, perchè i biancocelesti, primi per gran parte del campionato, perderanno lo Scudetto…per un punto.

Tanti altri casi in giro per il mondo

Dovendo fare una lista omnicomprensiva degli insulit, si rischia di metterci una vita. Impossibile dimenticare, rimanendo in casa Lazio, Chinaglia che manda a quel paese Valcareggi durante il mondiale 1974, O Roby Baggio, Pallone d’Oro uscente, che dà del matto in mondovisione ad Arrigo Sacchi che lo sostituisce per far entrare Marchegiani a USA ’94. Ma i casi sono davvero tanti, soprattutto nella nostra Serie A. Balbo con Zeman, O’Animal Edmundo con il Trap, addirittura l’arbitro Agnolin che, stufo delle proteste della Juventus in un derby, non si fa scrupoli a mandare Bettega a farsi un giro. Tralasciando poi le imprese di Cassano, che da quel punto di vista con arbitri, allenatori e persino compagni non si è mai tenuto nulla. Ma del resto volersi bene è semplice, litigare lo è un po’ di meno. E se un abbraccio dura un attimo, un insulto è per sempre.