Francesco Cavallini

La palla termina in porta. Non importa come, ma la rete si gonfia. Qualcuno alza le braccia, festeggia, mentre tutti i compagni di squadra gli si gettano addosso. Ora è difficile immaginare il numero sulle spalle del marcatore. Un sobrio 64, come Patrick Cutrone? O l’improbabile 91 di Duvan Zapata? Una volta non avremmo avuto dubbi. I calciatori in campo sono undici, ma quello che la butta dentro è il numero nove. Il cannoniere, il bomber, insomma, quello che spesso e volentieri fa una cosa sola, ma la fa bene: segnare. Il rapace d’area di rigore, il terminale offensivo, la boa, l’ariete, chiamatelo come volete a seconda delle varie e più moderne declinazioni del ruolo. Ma sul numero, dubbi non ce ne possono essere.

Al punto che chi il nove non se lo può prendere, se lo crea in qualche maniera. Non è stato facile convincere Bam-Bam Zamorano a lasciare la nove dell’Inter. Però ehi, per il Fenomeno, per Ronaldo, questo e altro. Ma senza abbandonare le origini. Cosa c’è libero? Il 18? Ottimo, 1+8 fa sempre nove. Manca il più? E ce lo mettiamo. Un’altra maglia diventata leggenda, un nove particolare ma che ha un senso tutto suo. Persino lo stesso Ronaldo si è dovuto arrendere, anche se più avanti nella carriera. Dal 2001 al 2012 la maglia numero nove al Milan ha sempre avuto un solo legittimo padrone. A Pippo Inzaghi togliete tutto, ma non il riso, la bresaola e quel numero. E quindi il due volte Pallone d’Oro ha fatto di necessità virtù e non potendone avere uno, ha optato per raddoppiare anche la cifra.

E Pippo Inzaghi altro non è che la moderna evoluzione di uno dei nove più riconoscibili di sempre, anche se a volte indossava il numero 13. Vedere in campo Gerd Müller era assistere a un piccolo mistero del calcio. Nessuna qualità particolare. Veloce? Mah, neanche troppo. Tecnico? Macchè, Liedholm l’avrebbe costretto al battimuro per mesi. Forte fisicamente? Un metro e settantasei per sessantotto chili, un fisico da sollevatore di polemiche. Eppure le cifre parlano da sole. Seicentosessantadue reti in poco più di settecento partite con i club. Se poi andiamo alla Nazionale, lo score si fa pazzesco. Sessantadue caps, sessantotto reti. E no, non abbiamo scambiato i numeri. Per quelli come lui ( i Trezeguet, gli Hugo Sanchez, insomma, quelli con il gol nel sangue) ora parliamo di opportunista. Ma in realtà dovremmo dire solamente Gerd Müller.

E poi c’è l’opposto. Quello che gli inglesi, nella loro immensa saggezza (?) chiamavano the brainless bull at the gates, l’ariete senza cervello. Che però agli allenatori di Sua Maestà è sempre piaciuto, se è vero che per una vita nel 4-4-2 dei Tre Leoni c’è sempre stato il centravanti ben piazzato, fisicamente inarrestabile, che non aspettava altro che ricevere un cross pennellato per schiantarlo in porta, di testa o di piede. Alan Shearer? Sì, ma non solo. Anche in altre parti d’Europa e del mondo si è spesso prediletto l’ariete, indipendentemente dal periodo storico. Nordahl, Batistuta, Van Nistelrooy, basta nominarli per avere in mente l’idea di una forza straripante. E di cervello calcistico da vendere, perchè si sa, la potenza è nulla senza il controllo. Tutti con un qualcosa in comune. Il numero, quel numero, che ricorda sempre che c’è qualcuno a cui non lasciare neanche un metro di spazio. Anche se questa tipologia di centravanti, lo spazio se lo crea, con le buone o con le cattive.

Ce ne sarebbero tanti, troppi da nominare, ma molti, chi più e chi meno, rientrano in una delle due categorie. Per carità, sempre con le opportune distinzioni, ma il mondo dei numeri nove si può idealmente dividere in opportunisti e forze della natura. Poi però ci sono le eccezioni. Quei calciatori che sulla schiena hanno il sacro numero del centravanti, ma a cui un dieci non sarebbe stato poi così male addosso. Ronaldo, Ibrahimovic, Di Stefano. Bomber leggendari, ma che hanno fatto della tecnica la loro arma migliore. Come Marco van Basten. Forse, il numero nove più completo di sempre. Un cigno, capace di planare tra le maglie di ogni difesa e tagliarle come fossero burro. Di danzare sulla palla e lasciare stupefatti gli avversari. Di colpire con il fioretto e con la clava. Di trovare il pallone con l’istinto o di tenerlo attaccato al proprio piede. Sempre con un unico obiettivo. Segnare. Perchè si scrive nove, ma in tutte le lingue del mondo si legge gol.