Francesco Cavallini

Ogni gruppo ha il suo brutto anatroccolo. Quello che tutti si scordano di invitare alle feste, o che nelle partite tra amici al momento di fare le squadre viene scelto sempre per ultimo. E anche in un undici non può mancare. Quello che non ruba l’occhio, che non ha i piedi buoni, che quando ha il pallone al massimo lo scarica sul compagno a due metri. Che non è elegante come un libero o un terzino sinistro e che non segna come un centrocampista offensivo. Insomma, quello che difficilmente passa alla storia. Spulciando gli archivi, il numero quattro pare proprio il grande escluso della leggenda numerica del calcio. I grandissimi con quella maglia sono pochi e, caso abbastanza particolare, spesso non ricoprono il ruolo che nella numerazione classica era assegnato alla loro categoria. Come Zanetti, o Fabregas.

Perchè il quattro, in teoria, è il mediano. L’incontrista. Il portatore d’acqua. Che in una squadra non può mancare, neanche quando tutti gli altri dieci hanno i piedi da Pallone d’Oro. Anzi, soprattutto in quel caso. Ci sarà sempre bisogno di qualcuno che sia in grado di sporcarsi le mani (e i pantaloncini), di erigersi a baluardo della difesa, di seguire come un’ombra l’avversario con più talento e di sradicargli la palla dai piedi, per poi regalarla subito a chi in squadra ha almeno una minima idea di che farci. Il vero numero quattro è così, conscio ed orgoglioso della sua unicità. Non tenterà mai il numero ad effetto, perchè non gli compete. Sarà sempre più preoccupato di fare la cosa giusta, piuttosto che quella bella. Vive felicemente la sua condanna. Quella, per dirla alla Ligabue, di non aver lo spunto della punta o del dieci.

inter cina 1978

Gabriele Oriali (foto Inter.it)

Ma poi succede che il numero quattro vince i Mondiali, come il protagonista del brano che identifica tutti i mediani passati, presenti e futuri. Lele Oriali in carriera i più forti li ha marcati praticamente tutti. Cruijff, Falcao, Maradona, Zico, chiunque è passato nel suo raggio d’azione. Una infinita serie di duelli in cui il piccolo Davide con il numero quattro ha dovuto mettere i bastoni tra le ruote ai giganti del pallone. Con grinta, abnegazione, forza di volontà. Botte, tante botte. Date e ricevute. Perchè il calcio è uno sport di contrasti. Lo dice Romeo Benetti, un altro che il quattro ce l’ha tatuato sulla schiena. Che era l’orco cattivo, quello a cui tutti, nessuno escluso, dovevano stare attenti in mezzo al campo. Uno di quelli che veniva preceduto dalla sua fama. Che aiuta, perchè il calcio è uno sport di contrasti, ma anche di testa. E la paura gioca brutti scherzi.

Spesso il mediano prende la palla non perchè è più forte, ma perchè l’avversario che si trova davanti ha paura. Forse perchè il motto del numero quattro, se ne esistesse uno, sarebbe la buona vecchia massima erroneamente attribuita a Nereo Rocco: colpire tutto ciò che si muove a pelo d’erba. Se è il pallone, meglio. Pane e salame, contro il football dei fini dicitori. Che non sarà una tipologia di gioco bella e affascinante per chi va a vedere la partita, ma che serve, ah se serve. Serve al punto che uno dei calciatori che detiene il record di campionati di serie A vinti, è proprio un numero quattro. Uno di quelli il cui nome era sinonimo di aggressione (sportiva) e di gioco duro. Tra le auree regole del calcio italiano degli anni Settanta, una delle più utili era forse la più semplice. Stai alla larga da Beppe Furino. Il problema è che se avevi la palla, era lui a cercare te. Un metro e sessantasette per sessantanove chili, otto scudetti e due coppe europee conquistate con il sudore, i contrasti, la voglia di non mollare mai.

Sarà per questo atteggiamento molto maschio che il numero quattro non ha attecchito in alcune scuole calcistiche più tecniche, come quella brasiliana o iberica. Solo in Inghilterra si è apprezzato tanto quanto in Italia il ruolo del mediano. Tra i campioni con la maglia numero quattro dimenticati dalla storia del football, c’è un calciatore che al giorno d’oggi varrebbe oro e che ogni big vorrebbe in rosa. Billy Bremner, capitano del grande Leeds, un metro e sessantacinque di fil di ferro. Giocatori così, va detto, al giorno d’oggi non finirebbero mai in campo un match. Interventi troppo duri, al limite del regolamento e spesso anche parecchio al di fuori. Eppure, con le dovute proporzioni, calciatori del genere hanno saputo far bene anche con i regolamenti più severi. Tre nomi su tutti? Patrick Vieira, che con il suo numero quattro ha impreziosito un Arsenal a cui serviva proprio il suo agonismo. Oppure Roy Keane e Daniele De Rossi. Che non hanno sulla schiena la cifra del mediano, ma che indossano entrambi la stessa maglia, il sedici. Che a pensarci bene è comunque quattro…per quattro. Coincidenze?