Francesco Cavallini

Chiudete gli occhi. Cercate di farvi venire in mente un numero sei. Facile, eh? L’immagine, esclusa qualche variazione, sarà più o meno sempre la stessa. Di spalle. Postura perfetta, con il petto aperto verso l’avversario in segno di sfida. Con un braccio su un fianco e l’altro a dare indicazioni. Volendo, anche la fascia da capitano. Poi lo sfondo varia, da uno stadio pieno come un uovo a un campo di terra al tramonto, ma il senso non cambia. Il numero sei. Il leader della difesa. L’elegante ultimo uomo. Il libero. Che oggi, come il povero stopper, si chiama difensore centrale. Perchè il libero, in fondo, non lo utilizza più nessuno. Tranne la Grecia nel 2004, che ci ha vinto un Europeo. Ma deve essere stato un caso, no?

Pensi al numero sei e vedi Franco. Franco che guida i compagni, Franco che con uno sguardo fa scattare la trappola del fuorigioco, Franco che alza il braccio e tac, anche se l’avversario in fondo è in linea, il guardalinee un pensierino ad alzare la bandierina ce lo fa. Perchè Baresi era un’icona, non un semplice calciatore. Il difensore elegante, corretto, mai cattivo. Il libero non corre, non scivola, difficilmente contrasta. Il libero anticipa, perchè vede il gioco. Sa dove finirà la palla, e ci arriva prima del suo diretto avversario.

Poi può decidere cosa fare della sfera. Può spararla in tribuna, che male non fa mai. O può giocarla, magari con un lancio millimetrico per l’esterno, che non appena vede il suo numero sei in possesso di palla scatta come se ne andasse della sua vita oltre la difesa avversaria. Perchè sa che il libero spezza il gioco degli altri, ma costruisce il proprio. È un architetto, un regista prestato alla difesa. Magari quando le gambe non girano più come una volta, ma il senso della posizione ed i piedi possono ancora dire tranquillamente la loro. Come Matthias Sammer, numero sei del Borussia e della Germania, Pallone d’Oro nel 1996.

Poi c’è chi è nato per difendere. Come Sir Robert Moore, per tutti Bobby. Altissimo? No, un metro e settantotto. Cattivo? Giammai, il difensore più corretto della sua epoca, parola di Pelè, che di calci solitamente ne prendeva un po’ da chiunque. Anticipo e velocità, posizione e intelligenza tattica. La sua numero sei rossa della finale dei mondiali è ancora oggi il simbolo del calcio inglese. Che si aggrappa forte all’ultimo mito, con la speranza di crearne di nuovi. La statua di Bobby si erge davanti al nuovo Wembley. Nel vecchio il capitano ha alzato la Coppa più bella. Non prima di essersi pulito le mani dal fango del campo, perchè sarebbe stato scortese sporcare quelle di Sua Maestà. L’eleganza prima di tutto.

Elegante, come Scirea. Anche la persona più anti-juventina del pianeta non riuscirà mai a parlarne male. Un calciatore ed un uomo forse irripetibili, incastonati nella leggenda del calcio italiano. Da ragazzino sognava la dieci, ma pur indossando una semplice (?) sei ha saputo creare quanto un fantasista. Aperture, passaggi da sessanta metri, supporto all’attacco, se ne si creava l’occasione. Corretto fino all’inverosimile, mai un’espulsione nonostante un ruolo non proprio immune ai rischi. La tragica fine ne amplifica la mancanza collettiva. Campione di sport e di civiltà, mai una parola fuori posto o una protesta. Una mosca bianca in un calcio fatto di urlatori, che tutti ricordano così: con un braccio al fianco e l’altro, con tanto di fascia, a dare indicazioni ai compagni. Un vero numero sei.