Francesco Cavallini

Definire talento, fantasia, genio e sregolatezza con un numero? Facile, basta il sette. Ala destra? Non solo, non sempre. Attaccante, trequartista, persino centrocampista. Ma dove c’è un sette, c’è magia. Che sia il caschetto di Best, il colletto alzato di Cantona, il sorriso da fotomodello di Beckham o il fisico statuario di Cristiano Ronaldo. Tutti Manchester United. Un caso? No, perchè a Old Trafford, più che in altri luoghi, il numero sette è una religione. Tanto più che al giorno d’oggi, se non c’è qualcuno degno, semplicemente non viene assegnato.

Nasce tutto da Georgie, El Beatle, il limpido talento di Belfast, annacquato, anzi avvinazzato da una vita di eccessi. Gli altri erano più bravi, perchè lui non aveva tempo. Ma se ce l’aveva erano dolori, come per il povero malcapitato Northampton. Sei reti, tutte di ottima fattura. Resa in campo variabile come il tempo quella di Best, capace di vincere praticamente da solo una Coppa dei Campioni (ma non lo dite a Bobby Charlton e Nobby Stiles) o di non comparire proprio in campo, come accaduto spesso nel finire della sua breve ma luminosa carriera. George Best NON giocherà quest’oggi, recitavano i cartelli fuori dagli stadi dove il numero sette avrebbe dovuto far innamorare tutti. Ma anche se George se n’è andato, la sua leggenda è rimasta, intrisa nella maglia rossa con quel numero sulla schiena, che molti hanno tentato di onorare.

George Best

Ci è riuscito senza dubbio Eric Cantona. Il 1966 è stato un grande anno per il calcio inglese: è nato The King. O semplicemente Dieu, a vostra scelta. Umiltà sotto i piedi, ma carisma da vendere. Per chi non l’ha conosciuto sul campo, un Ibrahimovic ante litteram. Per chi lo ha amato, non c’è bisogno certo di presentazioni. Colletto alzato, sguardo fiero e si va sui campi d’Inghilterra a insegnare calcio. O calci, dipende dai casi. Come quello sferrato ad un tifoso del Crystal Palace dopo qualche offesa di troppo. Squalifica? Ok. Presa con gran filosofia. Quando i gabbiani seguono il peschereccio, è perchè pensano che stiano per essere gettate in mare delle sardine. Come? Cosa? Ecco, appunto. Il genio, a volte, ha tratti incomprensibili. Come certe traiettorie, certi dribbling, certe scelte. Tipo quella dell’addio, che anche dopo vent’anni molti non hanno ancora digerito.

E poi si cambia totalmente registro. Dal giorno alla notte, dal Re allo Spice Boy. Bello, splendente, con un piede destro fatato. Per il resto pressochè inutile. Eh? Oh, parola di Best. Non sa calciare con il sinistro, non sa colpire di testa, non contrasta, non segna molto. Per il resto, buon giocatore. No Georgie, stavolta non ci siamo proprio. Meglio parlare di macchine e champagne, se proprio vuoi regalarci qualche citazione. Che poi intendiamoci, tutto verissimo. Ma se prima Alex Ferguson e poi il Real Madrid ti costruiscono una squadra intorno, arrivando persino a cambiare le regole federali pur di farti giocare, beh, qualcosa vali. Anche se qualcuno ha dovuto insegnarti come si vive uno spogliatoio. Uno scarpino sul sopracciglio, a rischio di rovinare quel visino d’angelo, in procinto ad andare a fare strage di cuori anche in Spagna. Ma nessuno vale più del Manchester United. Neanche il suo numero sette.

Per David Beckham maglia numero 7 anche in nazionale

L‘ha capito subito un ragazzino di Madeira destinato a diventare una divinità del pallone. Profilo basso, allenamenti, giorno dopo giorno. Così il Boss ti apprezzerà, gli hanno detto. Le qualità non gli mancano, la voglia di emergere nemmeno. Gli atteggiamenti da primadonna, quelli arriveranno dopo, lontano da Manchester, lontano da Ferguson. Che ancora dopo quattro (o forse cinque) Palloni d’Oro lo incontra in un sottopassaggio e gli tira le orecchie, anzi, gli fa il trattamento dell’asciugacapelli, che a Manchester, escluso Best, si sono beccati un po’ tutti. Ecco, il sette ad honorem, forse, dovrebbero assegnarlo a Sir Alex. Che da giovane in Scozia giocava e segnava anche e con tutta probabilità (le immagini non ci aiutano) aveva il nove. Ma quel che ha saputo portare ad Old Trafford in ventisette anni, beh quello non si dimentica. Le coppe. I successi. Il mito. Ma soprattutto la magia, il talento ed il genio.