Francesco Cavallini

Madrid e Barcellona, Castiglia e Catalogna, la real casa di Spagna contro l’indipendentismo catalano. E si potrebbe andare avanti all’infinito ad elencare cosa rende il Real Madrid Club de Fútbol e il Futbol Club Barcelona due universi diversi, contrastanti, anzi, totalmente inconciliabili. Ma questa rivalità, così sentita dalle tifoserie, non ha impedito ad alcuni grandi campioni di vestire entrambe le maglie. Per alcuni uno dei due club è stato una semplice stazione di passaggio all’interno della propria carriera. Altri invece hanno spezzato un tabù storico ed hanno fatto direttamente il grande salto, dal Manzanarre alle Ramblas o in direzione inversa. Vediamo come è andata.

5. Samuel Eto’o

Dici Eto’o e pensi Barcellona, o al massimo Inter. Assieme a Ronaldinho e Puyol, il camerunense è stato il simbolo della prima parte del grande ciclo blaugrana, sotto la guida di Frank Rijkaard. In Catalogna questo splendido giramondo del gol, attualmente in forza all’Antalyaspor, ha conquistato da protagonista tre campionati spagnoli e due Champions League. Ma, incredibile a dirsi, la sua prima esperienza internazionale Samuel Eto’o l’ha fatta con la camiseta blanca del Real Madrid.

Già, perchè a soli quindici anni viene prelevato dall’UCB Douala ed entra nel settore giovanile delle merengues. La retrocessione in Segunda Divisiòn B del Real Madrid B gli impedisce di giocare in quanto extracomunitario e viene quindi girato in prestito prima al Leganés e poi all’Espanyol. Nel settembre 1999 viene finalmente aggregato alla prima squadra, con cui disputa due partite di Liga e tre di Champions League. Per Eto’o però non c’è molto spazio e a metà stagione fa di nuovo le valigie, destinazione Maiorca, prima in prestito e poi in via definitiva. Apparentemente nessun rimpianto da parte della Casa Blanca per l’addio del camerunense, ma pian piano il ragazzo venuto dal continente nero si fa strada fino ad attrarre l’interesse del Barça. Ed il resto, come si suol dire, è storia.

4. Ronaldo

Il Fenomeno carioca rappresenta un caso particolare, essendo un calciatore che ha fatto bene con entrambe le maglie, ma vestendole in periodi separati della sua carriera. Ronaldo arriva in Catalogna nel 1996, dopo due ottime annate in Olanda al PSV. Sotto la guida di Bobby Robson il brasiliano conquista la Coppa delle Coppe (segnando in finale il rigore del definitivo 1-0) e il titolo di Pichichi con ben 34 reti in 37 presenze nella Liga. Quella 1996-97 è l’unica stagione in blaugrana di Ronaldo. Nel mercato estivo viene ceduto all’Inter, che decide di pagare per intero la clausola di rescissione del calciatore, pari a quasi cinquanta miliardi di lire.

Il Fenomeno con la maglia del Real Madrid

Un Pallone d’Oro, una Coppa del Mondo e due gravissimi infortuni dopo, il Fenomeno torna in Spagna tra i Galacticos di Florentino Perez. Nonostante un evidente e costante aumento di peso, il numero 9 non ha comunque perso la confidenza con il gol e ripaga la fiducia delle merengues con oltre cento reti. Indimenticabile il cucchiaio in un Clasico che scavalca Víctor Valdés e permette al Real di pareggiare al Camp Nou. In quattro anni al fianco di altri campioni del calibro di Zidane e Luis Figo, Ronaldo vince il suo secondo titolo di Pichichi, una Liga e parecchie coppe, oltre ad alzare il Pallone d’Oro 2002.

3. Michael Laudrup

Arriviamo al primo dei grandi tradimenti. Michael Laudrup è acquistato dal Barcellona nel 1989, su espressa richiesta di Johan Cruijff. L’olandese sta assemblando il suo leggendario Dream Team ed il danese è uno dei tre stranieri concessi dal regolamento della Liga, assieme a Ronald Koeman e, dalla stagione successiva, Hristo Stoichkov. Con il Barça Laudrup vince nove trofei, tra cui quattro campionati consecutivi, la Coppa delle Coppe e la Coppa Campioni 1991-92 nella notte di Wembley contro la Sampdoria. A rovinare gli equilibri ci pensa Romario, che arriva in Catalogna nel 1993 e costringe Cruijff a lasciare fuori uno dei tre stranieri. Il prescelto è quasi sempre Laudrup, che pian piano comprende che il suo tempo al Camp Nou è terminato.

La decisione di accasarsi al Santiago Bernabeu sembra quindi presa appositamente per vendicarsi di club e tifosi blaugrana. Laudrup smentisce, ma il rapporto con Barcellona è definitivamente compromesso e diventa irrecuperabile quando il Real, guidato dal danese, restituisce ai catalani l’umiliante 5-0 subito nella stagione precedente. Dopo quattro anni di dominio della squadra di Cruijff, le merengues di Valdano si prendono la Liga con il determinante contributo dello scandinavo. La stagione successiva è deludente e si chiude con il trasferimento di Michael in Giappone, ma basta quella precedente a cementare Laudrup nel cuore della tifoseria delle merengues e a ricevere il titolo di traditore da quella del Barça.

2. Luis Enrique

Nella rosa del Real Madrid che vince quella storica Liga c’è anche Luis Enrique. L’asturiano ha lasciato Gijón nel 1991 e nei cinque anni trascorsi nella capitale spagnola dà dimostrazione della sua leggendaria versatilità, ricoprendo numerosi ruoli nell’undici blanco nelle sue centocinquanta presenze. Ma come spesso accade, il jolly viene ritenuto utile, ma non indispensabile. Questo almeno è il pensiero di Lorenzo Sanz, presidente del Real, che decide di non rinnovare il contratto ormai in scadenza a Luis. Ma Lucho decide di guardare il lato positivo della situazione.

Luis Enrique-Barcellona-addio

Luis Enrique, icona blaugrana come calciatore e come allenatore

La legge Bosman gli permette infatti di scegliere liberamente la sua prossima destinazione e qualcuno dalla Catalogna lascia segnali interessati. È Bobby Robson, che apprezza l’universalità dell’asturiano e lo vuole a Barcellona. La scelta dei cùles viene premiata, perchè Luis si dimostra il calciatore giusto nella squadra giusta. Otto stagioni in blaugrana, ricoprendo tutti i ruoli tranne il centrale di difesa ed il portiere, in cui il Barça vince tra le altre cose due campionati e una Coppa delle Coppe. Lucho chiude la carriera al Camp Nou con al braccio la fascia di capitano e tra gli applausi dei tifosi, iniziando la carriera da allenatore alla Masia. Più di venti anni dopo, a Madrid pochi gli hanno perdonato l’addio, seppur forzato, e il contributo ai trionfi dei catalani, sia dal campo che dalla panchina.

1. Luis Figo

Ma qualche anno dopo, la Casa Blanca si rifà con gli interessi. Proprio assieme a Luis Enrique, alla corte di Bobby Robson è arrivato un portoghese dai capelli un po’ troppo impomatati, ma dal talento sopraffino. Luis Figo si impadronisce subito della fascia destra del Barça ed è protagonista assoluto delle vittorie del club catalano nelle stagioni tra il 1996 e l’estate del 2000. Centosettanta presenze, trenta reti e l’amore incondizionato della gente catalana. All’alba del nuovo millennio le sue prestazioni stellari potrebbero addirittura valergli il Pallone d’Oro, il secondo consecutivo per un calciatore del Barcellona dopo quello di Rivaldo. Ma certe storie sono destinate a finire male.

Nel luglio 200o in Catalogna i trenta denari di Giuda subiscono infatti una leggera iperinflazione e si trasformano in dieci milioni di pesetas (circa settanta milioni di euro). Questa l’iperbolica cifra con cui Fernando Sainz, appena eletto presidente del Real, paga la clausola rescissoria del contratto di Figo e lo porta al Santiago Bernabeu. Tre mesi dopo, il portoghese torna al Camp Nou con la camiseta blanca numero dieci. È l’inferno. Striscioni durissimi, fischi ad ogni tocco di palla ed una pañolada lunga novanta minuti, come a segnalare agli undici toreri in maglia blaugrana che è giunta l’ora di uccidere la preda. Non accontentandosi di incitare i propri calciatori, i tifosi prendono anche l’iniziativa. Ad ogni calcio d’angolo vola di tutto in direzione dell’esterno madrileno.

Strano a dirsi, ma le cose possono peggiorare ulteriormente. E puntualmente peggiorano, quando a fine anno Figo riceve il Pallone d’Oro e lo festeggia a Madrid, nonostante lo abbia in gran parte ricevuto per la sua ultima stellare stagione a Barcellona. Se già prima il perdono era impossibile, ora è anche impensabile. Ogni partita in Catalogna per il calciatore è un match in trincea, con la necessità di evitare oggetti di ogni fattura e dimensione che gli piovono addosso dalle tribune. Nel 2002 arriva addirittura una testa di maiale verso il portoghese mentre si appresta a battere un corner. L’atmosfera è così surreale che persino Salgado, che con Figo forma l’asse destro del Real, si rifiuta di avvicinarsi alla bandierina per offrire la possibilità del corner corto. Qualche anno più tardi il terzino spagnolo racconterà quel momento assurdo.

…volavano monete, un coltello, persino una bottiglia di whisky. Meglio tenersi alla larga. Corner corti? No grazie!

Il lancio di oggetti è talmente fitto che l’arbitro è costretto a interrompere la partita per venti minuti. Anche senza questi eccessi, il clima è comunque incandescente ogni anno fino al 2005, quando il portoghese decide di non rinnovare il suo contratto e di trasferirsi in Italia nell’Inter di Moratti. A fine carriera Figo rilascia un’intervista sul suo contestatissimo trasferimento, confessando di aver fatto il grande salto per avere la possibilità di vincere più trofei. Sarà rimasto deluso, dato che il suo personale palmarès conta sette successi in riva al Manzanarre e altrettanti sulle Ramblas.

L’unica differenza è che, come accade anche ad alcuni degli altri presenti in lista, in una delle due città è considerato un eroe, nell’altra un traditore. Ma come si è detto, è anche logico. Parliamo di due mondi diversi, contrastanti. Appunto, inconciliabili. E in casi del genere, schierarsi non è nè un’opzione nè un consiglio. Diventa semplicemente un obbligo.