Francesco Cavallini

Questione di stimoli. Di adrenalina. Di cuore. Tutte cose che, volente o nolente, la Formula 1 non è più in grado di dare a Fernando Alonso. Sarà la nuova McLaren, anche quest’anno lenta e praticamente inguidabile. Sarà l’età che avanza, l’abitudine ai circuiti, al paddock e alle strategie. E allora basta curve e chicane, varianti e rettilinei. E giù a capofitto per l’Indianapolis Motor Speedway, l’ovale più famoso del mondo dei motori. Piede a tavoletta, sempre. Difficile per chi è abituato a brusche frenate e incredibili accelerazioni. Eppure lo spagnolo supera il Rookie Test a pieni voti ed è raggiante, molto più dell’Alonso cupo e ancora più accigliato del solito che abbiamo purtroppo imparato a conoscere durante gli ultimi due campionati mondiali di Formula 1.

La decisione di non presentarsi al via a Montecarlo per prendere parte alla storica 500 miglia non è stata un fulmine a ciel sereno, almeno non per tutti. L’idea stuzzicava da parecchio l’asturiano, che già un paio di anni fa aveva chiesto alla McLaren il permesso di volare negli USA, ricevendo però un no categorico da Ron Dennis. Ma le reazioni del pubblico statunitense (con la vendita dei biglietti per la corsa del 28 maggio schizzata a livelli che non si raggiungevano da anni) non fanno altro che rafforzare in Fernando la convinzione di aver fatto la scelta giusta. Del resto difficile biasimarlo, se, come è probabile, avrebbe messo piede nel Principato solo per onor di firma, lui che sulla Costa Azzurra ha trionfato due volte, nel 2006 e nel 2007. Perchè essere uno dei tanti quando si può essere di nuovo la star indiscussa? Gli avversari sono tanti. Ma gli occhi sono tutti per Alonso.

Fernando Alonso, 35 anni. E’ tornato in McLaren nel 2015

L’ex ferrarista non è il primo iridato di Formula 1 a partecipare alla 500 miglia di Indianapolis. Eventualmente, non sarebbe neanche il primo a vincerla. Dall’ovale dell’Indiana è per esempio schizzata via a tutta velocità la carriera di Jacques Villeneuve, vincitore negli USA nel 1995 e campione del mondo di Formula 1 due anni dopo. C’è Emerson Fittipaldi, che non contento di aver strappato due titoli iridati nel Circus degli anni Settanta, si è preso la soddisfazione di diventare bicampeao anche a Indy, nel 1989 e nel 1993. E poi ancora Jim Clark, la cui naturale propensione alla velocità forse si adattava meglio alla pista di Indianapolis che ai circuiti di Formula 1. Il grande Graham Hill, l’unico pilota in grado di conquistare la Triple Crown, capace di trionfare nel mondiale, a Indy e alla 24 ore di Le Mans. E per finire Mario Andretti, campione su Lotus nel 1978 ma già vincitore negli USA quasi dieci anni prima.

L’avventura di Alonso è proprio legata a quest’ultimo. Anzi, alla sua famiglia, che poi sarebbe meglio chiamare dinastia. Michael, figlio di Mario, ha fondato la Andretti Racing. Marco, a sua volta nipote del pilota nativo di Montona ma trapiantato in Pennsylvania, è il compagno di squadra di Fernando in questa esperienza molto speciale. E tutti hanno una buona parola per lo spagnolo, che invece pare molto severo con sé stesso. Sa che è in grado di fare di più, che ci vuole tempo per adattarsi ai meccanismi della 500 miglia e alla diversità di stile di guida. Ma non deve essere semplice per chi è abituato alla complessa modernità della Formula 1 tornare bambino e sedersi sul sedile di una monoposto che risponde al pilota come farebbe un go-kart. Sapere che non ci sarà una griglia di partenza su cui un nugolo di ingegneri continueranno a fare test fino all’ultimo secondo disponibile. È tutto nuovo, tutto fresco, tutto terribilmente romantico.

Fernando Alonso ai tempi della Ferrari

Questione di stimoli, di adrenalina, di cuore. Di una ribellione che nasce nell’animo di chi, come Fernando Alonso, sente di non voler essere incatenato dalla schiavitù dell’elettronica. Dell’insofferenza di chi vuole fare la differenza spingendo con il piede sull’acceleratore e non scegliendo la scuderia a inizio anno. Della gioia semplice e al contempo rara per chi di mestiere fa il pilota di salire in macchina e dare gas senza troppi pensieri. Competizione, certo. Mettersi alla prova. Ma anche e soprattutto riscoprire il gusto primordiale della velocità e della guida, senza i moderni filtri. La sensazione vecchia e nuova di lanciarsi come un proiettile per duecento brevi ma lunghissimi giri sull’ovale di Indianapolis. E quando alle sei di mattina del 28 maggio il classico colpo di cannone annuncerà l’inizio dell’Indy Day, Alonso sarà certamente già sveglio, consumato dalla febbrile attesa e dalla felicità di aver riscoperto il proprio essere più profondo.

Non penserà che in quel momento qualcuno sarà seduto al suo posto nell’abitacolo della McLaren a Montecarlo. Non cercherà il conforto di una delle mille spie di un volante che sembra uscito da un’astronave. Non avrà bisogno del DRS per spingere fino all’inverosimile. Salirà sulla sua Dallara-Honda pronto ad un duello vecchio stile, come l’ultimo dei cowboy, orgogliosamente ancora in sella al suo cavallo mentre la locomotiva solca ormai le praterie del Far West. Dipenderà, finalmente, di nuovo tutto da lui. Onori ed oneri, come in quella Formula 1 che ormai non c’è più. Fernando Alonso sarebbe andato molto d’accordo con Graham Hill e Jim Clark. Ecco perchè sarà ad Indianapolis. Per spirito di emulazione forse. E per questione di stimoli. Di adrenalina. Di cuore.

Ladies and Gentlemen, start your engines!