Redazione

Succede che l’ultimo episodio non soddisfi tutti. Che nel finale ci sia un qualcosa di agrodolce, perchè la vita non è fatta sempre di lieti fine. Ma che vinca il cattivo, quello per cui non tifa neanche sua madre, beh, è una sorpresa. L’urlo dello stadio Olimpico di Londra si è spento in dieci secondi, anzi in 9″94, quelli che sono bastati a Justin Gatlin a vincere l’oro sui 100m piani ai Mondiali di Londra. Gli applausi, pronti per lui, per Usain Bolt, la leggenda vivente, diventano fischi, dei boati di disapprovazione. Non solo qualcuno ha portato via l’ennesimo mondiale alla saetta giamaicana nell’ultima gara della sua carriera, ma è stato il nemico pubblico numero uno, beccato dal pubblico sin dalle qualificazioni. Storie di doping e di una simpatia mai nata tra il pubblico britannico e lo statunitense.

E Bolt? Terzo, sconfitto anche dall’altro americano Coleman. Usain lascia con una delusione enorme, lui che sembrava l’invincibile supereroe di questa atletica. E che invece a trent’anni si è scoperto umano, a partire dalla solita partenza lenta, che stavolta ha segnato troppo la gara. L’umanità del fenomeno si nota dalla rigidità della corsa, dall’espressione tirata, lui che era abituato a vincere le gare rallentando e sorridendo, tanta era la capacità di divorare la pista a velocità mai viste prima. Bolt ha capito, sapeva già che la sua pur splendida carriera aveva iniziato una leggera, impercettibile fase calante. Quanto basta per decidere di lasciare, perchè le stelle, quelle vere, non si spengono piano piano, ma si disintegrano in un’ultima splendida esplosione di luce.

La luce è stata offuscata da Gatlin, vecchietto terribile, che alla soglia dei trentacinque anni zittisce tutti, metaforicamente e non. Il dito sulla bocca è per il pubblico che non lo ama e che non vorrebbe tributargli nemmeno l’onore delle armi. Eppure Gatlin ha vinto, ha superato la divinità in procinto di lasciare e anche il giovane rampante, quel Coleman che per novanta metri sembrava potersi annunciare come erede di Bolt. Così non è stato e, per una volta, ha vinto il cattivo. Bolt ha provato a convertire i fischi in applausi, ma neanche il suo abbraccio all’ormai ex rivale ha placato gli animi.

E quindi l’oro va negli Stati Uniti, ma il prevedibile giro d’onore spetta comunque alla medaglia di bronzo. Che non lesina il suo solito show e si gode l’amore di uno stadio intero, diviso tra le Union Jack e le bandiere giamaicane, accorse in questo angolo di Londra per assistere all’ultimo atto di una carriera irripetibile, che ha esaltato non solo la nazione caraibica, ma tutto il mondo dello sport. Man mano che Bolt continua il suo saluto il pubblico se ne va, come se la benedizione del campionissimo fosse l’ultima cosa che valga la pena di vedere in questo Mondiale. Bolt tornerà in pista, ancora una volta, con i compagni della 4×100, ma non sarà la stessa cosa.

Chi è rimasto davanti alla televisione ad attendere una vita per dieci, intensissimi secondi, sarà un po’ deluso. Ma alla fine, volenti o nolenti, abbiamo assistito tutti ad un momento di storia dell’atletica mondiale. Se Bolt avesse vinto, sarebbe stata una gara leggendaria, l’ultima splendida firma del più grande di sempre. Così non è andata, ma negli annali questi 100m londinesi ci andranno lo stesso. Perchè le gare perse da Usain Bolt si contano sulla punta delle dita. E quindi si chiude con un pizzico di malinconia. Con un senso di incompiutezza. Ma forse è anche giusto così. La vita non è una favola, neanche quella di Bolt. Che cade all’ultimo ostacolo. Ma che comunque aveva già scelto di non rialzarsi più.