Paolo Graldi

Bicchiere mezzo pieno o bicchiere mezzo vuoto? A Sochi, quarto Gp del Mondiale 2017, dopo prove e qualifica trionfali, le Rosse di Maranello non sono riuscite a fare il pieno con il primo e il secondo posto, come da griglia di partenza. Nell’insieme, Vettel e Raikkonen hanno mostrato con sobria veemenza che la macchina c’è, che è potente, affidabile e che, soprattutto, mette pressione alle Mercedes, fa sudare freddo Toto Wolff, agitare il vecchio Lauda e, soprattutto, riporta gli incubi ai sonni di Lewis Hamilton. Il quale, scusate il bisticcio, è nerissimo.

Il dopo Rosberg si chiama Bottas

Perché pensava che liberatosi di Nico Rosberg, dolce mastino dai nervi fragili ma dal carattere d’acciaio, questo mondiale se lo sarebbe fatto come una lunga passeggiata, tutta podii e applausi e passerelle planetarie. E invece, per capire che cosa è successo in terra di Russia, alla presenza (ultimi giri) dello zar Putin, contento del pubblico e dello spettacolo, bisogna proprio partire dalla crisi ormai conclamata di Hamilton, che si è visto all’altezza della sua fama nelle prove ma solo a sprazzi per poi infilare una brutta partenza e una gara tutta lamentosa senza spiegare bene ai box che cosa ci fosse di anomalo nella sua Freccia. La quale con il suo “44” dopo solo qualche giro non riusciva neppure più a capire dove fosse la numero “77”, sua rivale in casa, guidata dall’ultimo assunto, quel biondino finlandese acquistato dalla Williams dopo il forfait post-titolo di Rosberg. Hamilton pensava e sperava che il compagno di squadra non gli desse pensieri, che si accomodasse nel ruolo di seconda guida, felice dell’approdo in Mercedes ma senza pretese e pronto ad obbedire in caso di bisogno, come è successo in Bahrein, quando gli hanno chiesto di lasciar passare il divo di famiglia. Bene, Bottas, il finlandese che sa ridere solo con gli occhi e dispone delle parole da spendere come di pochi spiccioli, sta mostrando, e quel che è peggio senza arroganza ma con umiltà, di avere un futuro radioso: guida bene, pulito, è corretto in pista e fuori, gentile ma riservato, non se la tira ma tira dritto e, coi fatti, mostra di avere la stoffa del rivale di prim’ordine, nessuno escluso. E, infatti, il Gp di Sochi lo ha vinto già dalla seconda curva dopo la fulminea partenza, quando ha sorpreso tutti, ma soprattutto i due ferraristi che partivano davanti.

pole position bottas

(ph. tratta dal profilo ufficiale Fb di Valtteri Bottas).

Un guizzo irresistibile, di una classe che sa valutare il rischio in millesimi e in millimetri e fa passare un cammello nella cruna di un ago. Un solo errore, una frenatona che poteva costargli l’intera fatica, ha sporcato la sua gara ma è pur vero che negli specchietti aveva Vettel, un Vettel furibondo lanciato in un inseguimento durato 52 giri, spasmodico nell’elastico che lo faceva avvicinare e poi allontanare dall’avversario. Un sorpasso di Massa, indeciso su quale parte della pista occupare, ma sul finale di gara e con Bottas alle viste, un paio di secondi persi al pit-stop e un’altra sbavatura di strategia, hanno soffiato la vittoria del tedesco e l’hanno consegnata, meritatamente, nelle mani del pilota che ieri, dopo 80 e passa gran premi, è salito per la prima volta sul gradino più alto del podio. Detto questo il bilancio è positivo, il bicchiere abbondantemente mezzo pieno: la Ferrari ha forse addirittura scoperto e applicato alla Rossa il bottone magico che fa volare la macchina di Stoccarda. Dopo i rimbrotti di Marchionne (“Forse pensava ad altro”) anche Raikkonen si è messo a spingere come un matto e magari in questa ripresa di gelido entusiasmo c’entra pure il connazionale il quale, da sempre, gli sta sullo stomaco come un bullone d’acciaio. “L’unica cosa che abbiamo in comune, ha detto una volta e per tutte, è la nazionalità: mi sembra poco”.

Sebastian Vettel e Kimi Raikkonen, secondo e terzo del GP di Russia.

Nello sport che calcola il tempo in millesimi di secondo possiamo orgogliosamente osservare che dopo quattro gare Vettel è a 86 punti e Hamilton a 73, meno 13. Non male, anche se per un punticino la graduatoria dei costruttori favorisce le Mercedes. Ridotto a due case costruttrici, quattro macchine e due piloti il Mondiale soffre ancora, e maledettamente, della disparità tra queste e quasi tutte le altre. La Red Bull che aveva grandi ambizioni registra flop su flop, Ricciardo è in depressione e Verstappen dopo le acrobazie passate mostra la giovane età e la tanta strada ancora da fare, seppure da campione. Massa, il vecchio, dolce, adorabile Felipe arranca là dietro mostrando che gli anni non gli pensano e l’idea di andare in pensione, decisa e poi rientrata, era sbagliata. Degli altri si ricordano quasi soltanto i botti contro qualche muro. E così non può durare. La prima vistosa crepa l’ha fatta Alonso che non è riuscito a finire neppure il giro di ricognizione e dal muretto, sconsolato, ha cominciato a pensare a Indianapolis dove tornerà per quella pazza corsa, in cerca di adrenalina e gloria che la Formula Uno gli nega ormai da troppo tempo. Ma lo spagnolo delle Asturie resta un volto amato di questo sport, una delle guide migliori, e dopo i lutti che lo hanno colpito nel suo circuito di kart, ha saputo mostrare il volto di una personalità di primissimo ordine, matura nelle riflessioni profonde, di una straordinaria misura etica. Alonso è una grande risorsa di immagine per la Formula Uno e spiace davvero vederlo “frustrato senza fine”, come lui stesso ammette di sentirsi adesso dopo tanti errori non suoi. La McLaren ha bisogno di un miracolo che tarda ad arrivare. Spegniamo i motori del tifo comunque soddisfatti, la piega presa dal Campionato resta bella se non esaltante. A presto, in terra di Spagna, la terra dei tori e dei toreri. E delle cornate.