Ronald Giammò

Dodici anni di attesa per tre test match che valgono una carriera. Il primo round della sfida tra All Blacks e British & Irish Lions è andato ai tuttineri che dopo un primo tempo sofferto, seppur chiuso in vantaggio 13-8, hanno poi preso il largo nella ripresa arrivando sul 30-8 all’ultimo minuto della sfida. Buona per l’onore e per ricostruire un po’ di fiducia la meta britannica arrivata in pieno tempo di recupero che ha poi fissato il risultato sul 30-15 finale. 

Solo una volta in tredici tour in Nuova Zelanda la vittoria ha sorriso ai Lions (1971), scesi in campo in uno stadio – l’Eden Park di Auckland – dove l’imbattibilità degli All Blacks dura da più di due decenni. Queste le premesse scoraggianti che hanno accompagnato la vigilia del primo test per ovviare le quali Warren Gatland e il suo staff hanno pensato bene di ricorrere a scelte insolite e in controtendenza rispetto alla tradizione dei tour britannici del passato: fuori il terza linea e capitano designato, Sam Warburton, e semaforo verde per la maglia n°15 a Liam Williams, gallese dalle ottime gambe e capace di grandi folate offensive.

Ed è stato proprio il trequarti gallese a dare il via alla splendida meta britannica di fine primo tempo che ha loro consentito di andare negli spogliatoi a distanza di break. Un contrattacco come non se ne vedevano da tempo, reso ancor più epico dalla cornice e dall’avversario contro cui è stato effettuato. Roba da infondere fiducia, da accendere l’intima convinzione di potercela fare. Anche perché gli All Blacks sembrano più opachi del solito, sbagliano molto, lasciano intuire un potenziale che però stenta ad esprimersi in tutta la sua perfetta essenzialità.

Alla ripresa delle ostilità, come prevedibile, i Lions si lanciano alla giugulare dei tuttineri nel tentativo di ricucire il gap, ma fretta e presunzione non li aiutano e, passata la sfuriata, i neozelandesi sono cinici nel colpire due volte proprio nel momento di maggiore sforzo britannico. Prima un calcio di punizione, poi una meta: un uno-due che ricaccia indietro nel punteggio i loro avversari fiaccandone il morale ancor prima che i muscoli.La partita si chiude lì. I Lions restano distanti dalla linea di meta avversaria e a nulla valgono i cambi subentrati dalla panchina. Troppo esperti e troppo cinici questi All Blacks, che lasciano passare il tempo addormentando di fatto il match e tornando a colpire con un ultimo acuto.

La pressione adesso è tutta sui British Lions chiamati alla vittoria sabato prossimo se non vorranno veder svanire il sogno,se non di vincere, almeno di portare alla “bella” le series in Nuova Zelanda. E però motivi per provare a restare ottimisti ce ne sono: audacia e coraggio (qualità richieste da Gatland ai suoi alla vigilia del match) non sono mancate, nessun timore reverenziale nello sfidare a viso aperto i campioni del mondo e la sensazione di aver scelto il game plan da applicare negli ottanta minuti di gioco. Basteranno per centrare il riscatto tra sette giorni a Wellington?