Francesco Cavallini

Non bastava la vicenda Froome a scuotere il mondo del ciclismo, che ormai vive nel terrore che qualsiasi eroe dei pedali non sia immune dalla piaga del doping. Torna infatti a far parlare di sè Lance Armstrong, che proprio sul caso della possibile squalifica del britannico aveva detto la sua, parlando di reputazione offuscata per sempre. Se c’è qualcuno che può saperne qualcosa è proprio lo statunitense, prima dominatore assoluto del ciclismo a cavallo tra i due millenni, poi parìa dello sport mondiale dopo la scoperta del doping scientifico a cui si era sottoposto negli anni in cui in sella ad una bici il cowboy texano era inarrestabile. Il problema è che potrebbe non essere stato solamente quel tipo di doping a favorire Armstrong. Arriva infatti anche su di lui l’ombra del doping meccanico.

Correre più veloce della morte

A porsi il pesante interrogativo è Philippe Brunel, giornalista dell’Equipe, che in un libro intitolato “Rouler plus vite que la mort”, correre più veloce della morte, analizza il sospetto che oltre all’abuso di medicinali, per migliorare le proprie prestazioni sportive Armstrong sia ricorso anche al doping meccanico. Che poi altro non è che la presenza di piccoli motori nascosti sulle biciclette in grado di coadiuvare la pedalata. Un fenomeno sempre più diffuso e complicato da stanare, se non con l’ausilio di telecamere termiche in grado di scovare una produzione di energia cinetica in parti della bici diverse dai pedali (solitamente all’interno del telaio). E se risulta difficile accorgersene ora, figurarsi nel 1998, anno a cui Brunel fa risalire i primi dubbi riguardo le prestazioni del texano.

Nuove ombre sul dominio di Armstrong

Proprio in quel periodo infatti l’ingegnere ungherese Istvan Varjas, da molti considerato come il padre della pedalata assistita, cede il suo brevetto ad una persona non meglio identificata, per una cifra sui due milioni di dollari e per un corrispettivo annuale che nel corso delle stagioni continua ad aumentare. Il fatto che dal 1999 al 2005 Armstrong sia stato praticamente imprendibile sulle strade del Tour sembra coadiuvare i sospetti del giornalista francese, anche se Varjas, ascoltato di recente anche dall’FBI per un’inchiesta proprio sul doping meccanico, non ha saputo (o voluto) associare il texano al misterioso acquirente. Anche il giornalista non è in grado di provare la correlazione, ma pone una domanda interessante. Armstrong ha mentito per anni. Fino a che punto?

Il doping meccanico, la nuova piaga del ciclismo

E l’esplosione di questa nuova bomba sulla già martoriata reputazione del Campione del Mondo 1993 ad Agrigento è solo l’ultima delle tante grane che la nuova frontiera del doping sta causando all’UCI. Dubbi che si sommano, situazioni al limite e l’impossibilità, almeno al momento, di una prevenzione efficace. Le telecamere ad infrarossi potrebbero aiutare, ma, un po’ come il VAR nel calcio, dovrebbero essere messe a disposizione per tutte le tipologie di gare sanzionate dall’UCI, a partire chiaramente dal ciclismo su strada, per continuare con le gare su pista e per terminare con il ciclocross, dove è stato registrato nel 2016 il primo caso provato di doping meccanico, con una squalifica di sei anni inflitta alla diciannovenne belga Femke Van den Driessche. Sarebbe una spesa enorme, che la federazione non è pronta ad affrontare. La strada verso l’eliminazione di questa piaga è quindi in salita. Speriamo che qualche motorino aiuti il ciclismo a pedalare. O forse no.