Redazione

di Luca Covino

Nella storia dello sport nessun strumento ha influenzato le prestazioni degli atleti quanto i cosiddetti “costumoni” nel nuoto. In poco meno di dieci anni, l’evoluzione dei body suit da competizione ha avuto un impatto significativo su record e tempi. Oltre al dio cronometro, la rivoluzione avvenne anche sull’intero approccio alla disciplina e sulle casse dei marchi produttori, con un giro medio di affari annuo attorno a un 1 miliardo di dollari. Sulla questione costumi si sono alimentati dibattiti anche aspri, che separavano gli atleti in due branche: i naturalmente idrodinamici e i muscolosi aiutati dai costumi. In quest’ultima separazione, avvenuta con l’avvento dei costumi in poliuretano, la Fina, lo Stato maggiore del nuoto mondiale, arrivò a una definitiva decisione che decretava tali costumi come “doping tecnologico”. Fu così che, dal gennaio 2010, fu imposto di utilizzare solo body suit in tessuto. Sul peso che questo strumento gioca sulle prestazioni finali dei nuotatori in gara è stato detto molto, ma quanto è vera la credenza che un body influisca a tutto tondo sulle prestazioni degli atleti? Per comprenderlo è necessario tracciare l’evoluzione dei costumoni.

L’avvento dei body suit

Era l’estate del 1999 quando il britannico Paul Palmer stupì l’intera platea degli europei in vasca lunga di Istanbul, salendo sul blocco di partenza dei 400 stile libero con un costume intero che copriva anche le braccia. I tempi degli slip dei vari Mark Spitz sembravano lontani anni luce. Un anno dopo la consacrazione dei costumoni venne sancita alle Olimpiadi di Sydney 2000 da Ian Thorpe, che vincerà tre medaglie olimpiche indossando un body suit integrale. Il costume da semplice strumento per il pudore comune si trasformò in strumento di idrodinamicità. Aziende sportive come la tedesca Arena e la britannica Speedo confermarono di essere leader nel settore, producendo decine di costumi. Con loro, il mercato si allargò ulteriormente con i prodotti di aziende specializzate come, per esempio, la Diana o la francese Tyr: fino al 2007 esistevano almeno due modelli di body suit in tessuto per ogni marchio sportivo, Nike e Adidas incluse.

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Ian Thorpe a Sydney 2000 con il costume integrale. (Ph. Foxsport.com)

Insieme a Ian Thorpe atleti del calibro di Alexander Popovic e Grant Hackett indossarono costumi integrali, a pantalone o a calzoncino per entrare in acqua. Gli esemplari sfruttati dalle nazionali anglosassoni erano marchiati Speedo. Il modello progettato dall’azienda di Nottingham era ispirato alle scaglie placoide dello squalo e garantiva, secondo l’azienda, un miglioramento del 3 percento sulla biomeccanica del nuotatore, grazie alle cuciture che permettevano ai gruppi muscolari di lavorare meglio e in maggiore coordinazione. Nonostante la regola SW10.8 del regolamento Fina reciti «il nuotatore non deve usare nessun strumento che possa aumentarne la velocità o il galleggiamento naturale», i body suit nati a ridosso del nuovo Millennio furono approvati. L’avvento del costume integrale, anche noto come “Long John”, acuì una discussione interna al Comitato Olimpico Australiano tanto da chiedere il parere della Tas, l’organo creato ad hoc dal Cio proprio per regolare e arbitrare questioni divergenti tra diversi organi sportivi mondiali. Dopo diversi reclami, nell’ottobre del 1999 durante una riunione nel Kuwait, l’Ufficio Direttivo della Fina approvò in via definitiva i costumi integrali dato che erano «messi a disposizione di tutti – e quindi – indossabili a discrezione di ciascun nuotatore».

Nel rapporto di quella riunione la Tas motivò l’approvazione dei body suit perché non esisteva di fatto una regola che ne imponeva il divieto. L’unica norma che in un certo senso poteva complicare gli affari di Speedo e correlati era la GRG, che tuttavia non prevedeva misure limitanti da parte della Fina: l’unica mossa che la Fina poteva fare era fermare l’utilizzo di costumi che andassero contro la decenza. La suddetta norma SW10.8 era, teoricamente, l’altra regola che poteva arginare il problema, ma non era mai stata utilizzata per i costumi bensì per pinne e guanti. Nonostante la benedizione della Fina aprì a una frenetica corsa al miglior materiale possibile, i costumi dei primi anni duemila erano ancora di calzamaglie rispetto ai costumi che sarebbero arrivati pochi anni dopo. La prima generazione di costumi migliorava più le sensazioni in acqua e l’aspetto psicologico che le effettive prestazioni: gli atleti si sentivano semplicemente meglio in acqua.

La seconda generazione: Speedo vs. Jaked
Il vero problema con i costumi cominciò quando la Speedo commercializzò un prototipo di body suit ibrido creato in collaborazione con la Nasa e l’Australian Institure of Sport, che studiarono insieme al colosso britannico le migliori tecnologie e i materiali utilizzabili per aumentare il galleggiamento e l’idrodinamicità. Il risultato di questa collaborazione fu lo Speedo Lazer Race o Lzr, un body suit a basso attrito privo di cuciture e unito con un processo agli ultrasioni. Composto da materiale in nylon e placche in poliuretano su gambe, petto e fianchi, il Lazer fu realizzato attraverso calcoli di fluido-termodinamica fatti girare su un potente software che poteva simulare i flussi d’aria e liquidi sul corpo del nuotatore. I materiali furono testati nei laboratori Nasa di Langley, in Virginia, dove venivano sottoposti a prove all’interno di gallerie del vento utilizzate per lo sviluppo di componenti areospaziali. 

La staffetta 4x100 statunitense a Pechino 2008. In quell'occasione stabilirono il record mondiale. (Ph. Pinterest)

La staffetta 4×100 statunitense a Pechino 2008 indossava il Lzr come tutti i nuotatori americani olimpici. In quell’occasione Phelps e compagni stabilirono il record mondiale. (Ph. Pinterest)

I dati emersi dai test in laboratorio dimostravano una riduzione dell’attrito in acqua del 38 percento rispetto ai costumi in lycra. Il Lazer era in grado anche di correggere errori posturali e fasi tecniche come la virata o il tuffo, migliorando in media del 10 percento le prestazioni. Dal canto suo la Fina omologò l’avveniristico costume della Speedo senza badare a quello che si sarebbe scatenato nei mesi successivi: con il termine “fabric” la Fina non circoscriveva più le aziende a fabbricare costumi con fibre tessile e allargò la ricerca a tutti i materiali potenzialmente utilizzabili. Le prime conseguenze sportive del Lazer si manifestarono ai Campionati Europei di Eindhoven del marzo 2008 dove vennero infranti 6 primati mondiali e 12 continentali, quando a Budapest 2006 furono stabiliti solo 4 record mondiali e 3 del mondo mentre a Madrid 2004 soltanto 4 record continentali. L’eco del progresso tecnologico di casa Speed raggiunse anche l’altra parte dell’Atlantico: ai Campionati Mondiali in vasca corta di Manchester, nell’aprile del 2008, 18 record mondiali caddero contro i 4 dell’edizione di Shangai 2006 e i 4 di Indianapolis 2004. Già nel 2008 alcuni studi dell’Università di Harvard parlavano di “doping tecnologico”.

Il brevetto Lazer fu depositato in Italia, una mossa che era volta a contrastare una realtà più piccola rispetto all’azienda britannica, ma molto osteggiata dai vertici Speedo. Parliamo della Jaked, azienda con sede nel novarese creata da Francesco Fabbrica nel 2007. Inizialmente Fabbrica si occupava di ricerca e sviluppo di materiali e aveva creato macchinari in grado di realizzare accessori sportivi privi di cuciture. Quell’anno l’imprenditore intuì la possibilità di inserirsi in un nuovo mercato, quello del nuoto, e progettò nell’avveniristico laboratorio della sua azienda il Jacked 01, l’oggetto del “peccato” che sconvolse il nuoto per davvero. Il J01 era un costume termosaldato completamento privo di cuciture e fatto interamente in poliuretano: l’unico elemento alieno era una zip di chiusura sul retro del costume. Il resto era una fibra durissima che faceva letteralmente sanguinare i polpastrelli degli atleti ogni volta che intenti a calzarlo.

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Francesco Fabbrica, imprenditore a capo della Jaked, l’anti-Speed. (Ph. fabbricademocratica.com)

Ben presto il Jo1 fu soprannominato “gommone” negli ambienti del nuoto italiano e molte nazionali, tra cui quella italiana, stracciarono contratti storici con aziende come Arena per stringere sponsorship tecniche col marchio piemontese. La capacità della Jaked fu quella di inserirsi in un mercato dove la Speedo, nonostante facesse da padrona, non aveva una vera rivale. Finché una squadra di nuoto olimpica aveva un contratto con il colosso britannico il problema non c’era, ma come potevano competere tutte le restanti selezioni legati a contratti con altri marchi? Prima delle Olimpiadi cinesi del 2008 la maggior parte degli atleti rincorreva il costume più veloce e la Jaked fu in grado di collocarsi tra tutti quegli atleti che non avevano Speedo come fornitore ufficiale.

In quel periodo la stessa Fin pubblicava circolari che vietavano i costumi Speedo di nuova generazione ai Campionati Italiani Assoluti Estivi di Treviso, prova di selezione olimpica. Il motivo era rintracciabile nell’indisponibilità di tutti gli atleti di avere un Lazer: la Federazione italiana legittimava implicitamente la superiorità del costumone Speedo. Fu così che il 4 giugno 2008 la Fina approvò il Jaked 01 e la Fin strinse definitivamente il contratto con l’azienda di Fabbrica rendendo competitivi gli atleti azzurri al pari di quelli anglosassoni. Nel giro di poche settimane arrivò Pechino 2008 e quello che accade in Cina è paragonabile a una macelleria messicana di secondi: nelle 17 specialità 10 nuovi record mondiali e 3 olimpici nel nuoto maschile; 9 nuovi record mondiali e 3 olimpici in quello femminile. In media i primi cinque classificati nuotavano al di sotto del precedente record mondiale. Fece quasi rumore il non-record nella finale dei 100 metri stile libero, vinti dal francese Alain Bernard: in realtà il cronometro fu rinnovato ben due volte, durante le due semifinali, prima dallo stesso Bernard e dopo pochi minuti dall’australiano Eamon Sullivan. Merito del poliuretano? Partiamo da un punto: chi era forte divenne più forte, furono pochi gli svantaggiati dalla nuova tecnologia. La verità dei costumi in poliuretano era che anche atleti mediocri divennero pericolosi, data l’enorme capacità di galleggiamento che lo J01 e il Lazer offrivano. Ma il problema era a livello giovanile e non a livello olimpico. Va detto che come qualsiasi supporto, deve esserci qualcuno col manico a sfruttarlo: non è un ovvietà in un mondo millimetrico come quello del nuoto.

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Federica Pellegrini esulta dopo la vittoria dell’oro nei 200 metri stile libero a Pechino 2008. Indossa un Jaked, suo attuale sponsor tecnico dopo una parentesi con la Mizuno. (Ph. Corsia4.it)

Il nuovo corso e lo stop della Fia
Dieci anni dopo, sempre a Istanbul, in occasione dei Campionati Europei in vasca corta del 2010, si chiude l’epoca della tecnologia più spinta nello sviluppo dei body suit. Dal marzo 2008, quando i primi body con le piastre di neoprene hanno fatto la loro apparizione in competizioni internazionali, sono stati battuti 245 record mondiali tra vasca da 25 e 50 metri. Tale slancio fu fermato dalla Fina a partira dal 2010, quando fu presa la decisione di abolire i costumi costruiti con materiali diversi dalle fibre tessili.

Katinka Hosszú ha stabilito il record mondiale nei 400 misti a Rio 2016 andando ben al di sotto del precedente tempo pur indossando un costume in tessuto (Ph. Vitez/Liverani)

Katinka Hosszú ha stabilito il record mondiale nei 400 misti a Rio 2016 andando ben al di sotto del precedente tempo pur indossando un costume in tessuto (Ph. Vitez/Liverani)

Attualmente le azienda di produzione stanno studiando nuove soluzione per mettersi in linea con le nuove regolamentazioni in materia di costumi, che devono essere assolutamente approvate dalla Fina per essere immessi sul mercato. A Rio 2016, come da ormai sei anni a questa parte, i costumi non devono avere zip o materiali di estrazione diversa dal tessuto e devono permettere l’ingresso e l’uscita di bolle d’aria al proprio interno. Arena, Speedo e la stessa Jaked – anche grazie al discorso poliuretano ha incrementato i profitti del 117% dal 2001 a oggi – stanno ricercando nuovi materiali per costruire i loro costumi. La Speedo, per esempio, sta sviluppando un sistema unico per aumentare l’idrodinamicità dei nuotatori sviluppando una cuffia e degli occhialetti che spezzano la linea d’acqua insieme al costume. Tra i molti materiali utilizzati in fusione con il tessuto c’è la fibra di carbonio, largamente utilizzata nei costumi indossati dagli atleti. In cinque giorni di nuoto alle Olimpiadi di Rio 2016 sono stati battuti 6 record mondiali e 2 olimpici, segno che le prestazioni sono anche frutto della ricerca e dello sviluppo, umano.