Adriano Stabile

C’è qualcosa che non torna nel caso doping di Alex Schwazer. Nessun dubbio che un atleta apparentemente pentito possa continuare a barare: è accaduto decine di volte nella storia dello sport e Schwazer non sarebbe un caso raro. Ciò che suscita qualche perplessità è la tempistica del controllo, i buchi neri nel trasporto della provetta e la presenza al suo fianco di Sandro Donati, uomo che fa dell’integrità morale e della lotta al doping il suo credo più profondo, ogni giorno. Così torna in mente la trappola che fu tesa 19 anni fa a Donati, che qualche nemico se l’è fatto in un trentennio di battaglie contro le istituzioni corrotte.

Donati Schwazer

Donati e Schwazer

Trappola a Donati, caffeina nella provetta

E’ il 26 gennaio 1997 quando l’ostacolista Anna Maria Di Terlizzi, allenata da Sandro Donati, viene trovata positiva per una quantità spropositata di caffeina nelle urine (24,6 mg/l quando il limite è 12mg/l) dopo una gara ad Ancona. Il guru dell’antidoping mondiale tre anni prima aveva compilato un dossier shock sulla somministrazione di Epo nel ciclismo, pubblicato proprio in quelle settimane dai giornali, e aveva denunciato i difetti del laboratorio antidoping del Coni: c’erano insomma tanti motivi per indispettire qualcuno. «Ho pensato subito a un errore – il racconto di allora della Di Terlizzi – ma Sandro mi disse di non farmi illusioni: non sbagliano mai». Donati stesso dubita della propria atleta – come ha raccontato nel suo libro “Lo sport del doping” – non sa cosa pensare, cerca una spiegazione scientifica, non crede al complotto, nonostante i suoi amici gli suggeriscano questa ipotesi: «Vogliono infangarti», gli dicono.

Quasi per caso Donati ascolta il suggerimento di due esperti che lavorano al laboratorio antidoping del Coni e nomina, per le controanalisi di rito, un chimico come perito di parte della Di Terlizzi. E’ il dottor Giovanni Cosmi, che ha l’intelligenza di seguire passo dopo passo l’esame sul campione B delle urine dell’atleta, senza mai perdere d’occhio la provetta e i dati del computer. L’analisi, il 21 febbraio 1997, viene ripetuta per ben tre volte e dà esito inconfutabilmente negativo: nelle urine dell’allieva di Donati vengono trovati valori bassissimi di caffeina (4,8 poi 4,9 e 5 mg/l). Non c’è stato scambio di provette, né errore: qualcuno ha aggiunto deliberatamente caffeina al campione A delle urine di Anna Maria Di Terlizzi. Cosmi peraltro racconta a Donati di come, durante la lunghissima serie di analisi, sia stato invitato più volte a prendersi un caffè, a mangiarsi un panino o ad andare a vedere qualche bella apparecchiatura in un’altra stanza. L’obiettivo era distrarlo per manomettere anche le controanalisi. «Se fossero riusciti a truccare anche le controanalisi io sarei risultato come la quintessenza della doppiezza: da una parte l’alfiere dell’antidoping, dall’altra il dopatore» le parole dell’epoca di Donati. Frasi che oggi hanno il sapore del deja-vu.