Paolo Graldi

Ce lo ricorderemo per un gran pezzo questo gran premio d’Ungheria 2017. Anzi, se non dispiace, è già nella storia della Ferrari, della Ferrari rinata e orgogliosa, rabbiosa e vincente, la Ferrari che colora di rosso un intera corsa mozzafiato. Per quarantotto giri Sebastian Vettel, col volante sbilenco che tirava a sinistra anche in rettilineo e rendeva le curve imprendibili e i cordoli nemici mortali, ha tenuto l’intero mondo della Formula Uno col fiato sospeso, in un crescendo emozionale da cardiopalmo. Ne ho parlato col mio cardiologo. Mi ha detto: ha rischiato di brutto in un’apnea infinita e incandescente. Vero. Ma eravamo in tanti a gioire e a soffrire, a sperare e a temere il colpo di coda avvelenato, quello che manda in fumo sogni e pezzi di gloria, che spezza l’ansia e l’anelito di vittoria che gonfia il cuore e quasi lo fa esplodere nel piacere indescrivibile del traguardo sofferto e vinto.

Un gran premio che ha visto giganteggiare i gregari. Vettel poteva essere facilmente superato da Raikkonen: il finlandese ha scelto con lucida imposizione la parte dello scudiero, del gregario nobile e leale proteggendo le spalle del suo compagno in testa alla classifica piloti dall’aggressione prima di Bottas e poi di Hamilton. Ha fatto il mestiere del “secondo” masticando amaro, ben sapendo di poter frecciare per primo sotto la bandiera a scacchi che sventolava dopo una fatica immane, infinita. Un gregario che col suo gesto ha compiuto il miracolo della prima fila dopo le qualifiche e della doppietta dopo il gran premio. Si è guadagnato il rinnovo del contratto per l’anno prossimo. Così parrebbe dalle parole pronunciate dal patron Marchionne a fine corsa: la squadra funziona così, non va toccata.

Le altalenanti prestazioni di Kimi, non sempre all’altezza di bisogno della squadra e della sua fama, in più occasioni hanno messo in forse la riconferma. Piccoli guai di guida,  errori non sempre scusabili, pasticci della squadra ai box, altre miserie delle corse arroventate, lo hanno messo in discussione insieme con la sua età che avanza come per tutti e che lui sopporta stoicamente. Avarissimo di sorrisi e di parole, Kimi non si è tenuto per sé il disappunto per il gioco di squadra che gli ha imposto il secondo posto dietro al campione designato da Maranello ma è stato almeno ripagato dalla aperta riconoscenza di Sebastian che lo ha consolato e ringraziato con sincero affetto.

Dunque la Ferrari, con i nuovi apporti tecnici, il fondo nuovo e vincente, si rimette in corsa per il mondiale. Marchionne, vestito come il brutto anatroccolo ai box, l’unico in maglia nera in un mare rosso fuoco, si è commosso, incredibile a dirsi, e alla fine, a botta calda, non è riuscito a dire altro ai microfoni di Sky: ho sofferto, sofferto molto, sono felice, sono molto felice. Certo una bella sintesi rispetto alle colorate analisi di Montezemolo, ma anche quelli sono tempi ormai andati e di rimpianti, così pare, ne restano pochi. L’ingratitudine è figlia del nostro tempo.

Vettel ha anche ringraziato “i ragazzi”. Sceso dalla macchina fumante, col il volante vistosamente di sbieco, li ha abbracciati uno per uno, con forza, con una gioia incontenibile, segno che la squadra c’è, è forte e le va riconosciuto il merito di non darsi mai per vinta, di lavorare a testa bassa, con umiltà e profitto tecnologico in un divenire compresso e complesso, davvero straordinario. Dare la polvere dopo anni di fumo negli occhi dei gas di scarico delle Mercedes, riuscire a imporre lo scompiglio in casa di Lauda e di Toto Wolff significa avere le carte in regola per aspirare ai due titoli insieme, piloti e costruttori. Nel box delle stelle d’argento la rabbia è diventata schiuma quando si è chiesto a Hamilton di lasciar passare Bottas che andava a prendersi il terzo gradino del podio, dopo che a Bottas qualche giro prima era stato chiesto di lasciar passare l’inglese, pronto, a parole, di riuscire a raggiungere i due fuggitivi della Ferrari.

Hamilton ha masticato sabbia dietro Raikkonen e poiché il patto era di ridare spazio al finlandese se non fosse stato capace di raggiungerli e di superarli ecco che proprio sul traguardo ha ceduto il posto al suo più giovane compagno. Il quale, ormai è chiaro, di fare lo scudiero non ne vuol sapere e non perde occasione per dimostrarlo. Tre punti “persi” da Hamilton il quale, con freddo calcolo, si è augurato che ad Abu Dhabi, ultima corsa, non gli manchino per soffiare il titolo a Vettel. Che la partita si giochi sul filo dell’ultimo traguardo è assai probabile e dunque la generosità indotta a Lewis ha il sapore di un credito pronto all’incasso, in caso di bisogno.

Una riga o poco più per Verstappen che è riuscito nel capolavoro di sfondare la fiancata della monoposto del compagno Ricciardo a seicento metri dal via. L’australiano, sobriamente, ha definito l’olandese con queste parole: è un ragazzino. Qualcuno ha aggiunto: un ragazzino da prendere a calci.

Adesso tutti in ferie, si torna in pista a Spa, la madre di tutte le corse e poi, che bello, a Monza. E lì le Ferrari dovranno portare al loro immenso pubblico un’altra grande gioia, che alle doppiette non si fa mai l’abitudine. Se  sono del Cavallino rampante.