Ronald Giammò

Ancora loro: Federer contro Nadal. Uno è nato in Svizzera, a Basilea. Montagne e neve, e silenzio. L’altro in Spagna, a Maiorca. Caldo, mare e spiagge. Il primo, negli anni, si è issato a paradigma della classe, dell’imperturbabilità, dell’eleganza. La lezione del secondo, impartita stagione dopo stagione da fondo campo, è che con la volontà e con l’applicazione si può colmare qualsiasi gap, perfino quello genetico. Uno è destro, l’altro è mancino. Nel rovescio del primo, a una mano, c’è l’estasi perfetta e muta di un’epifania. In quello del secondo, bimane e accompagnato da smorfie, tutto il tormento di chi sta riscrivendo un fondamentale a sua immagine e somiglianza. Con il dritto, il primo frusta, sventaglia, imprime. Il secondo, col suo dritto, uncina, arpiona, scaraventa. Lo svizzero ha vinto 17 Grand Slam, 7 Wimbledon e 6 Master Finals. Lo spagnolo 14 Slam, 9 Roland Garros e 9 Master di Montecarlo. Il primo è esattezza perfezione. Il secondo è rapidità, sangre y arena, energia. L’uno è cielo, l’altro è terra. Da una parte Pan: la mimesi, l’identificazione, il fondersi, lo scomparire fino a farsi lui stesso sport, traiettoria, disegno. Dall’altra Dioniso: l’ebbrezza, il muscolo, la forza primigenia. Giacche e smoking per lo svizzero, canottiere e bermuda per il maiorchino. La famiglia, per il primo, sono la moglie e due coppie di gemelli: confusione ed allegria. Il legame, per il secondo, è quello pluridecennale con lo zio Toni: allenatore, confessore e quant’altro. Lo svizzero è quasi unanimemente riconosciuto come il giocatore più forte di tutti i tempi. Lo spagnolo la sua nemesi, colui che proprio contro il più grande detiene il record migliore di tutto il circuito.

Federer Vs Nadal: la rivalità per eccellenza

E’ Federer-Nadal. La rivalità per eccellenza che ha scandito quasi un decennio di storia del tennis. Due chiese, due sette, due visioni del mondo agli antipodi che domenica mattina si ritroveranno ancora una volta di fronte – l’Australia come palcoscenico – nella finale di un Grand Slam. Complice l’uscita di scena di Andy Murray e Novak Djokovic, il tabellone degli Australian Open si è d’incanto aperto e, noncuranti delle teste di serie loro affibiategli, i duellanti sono riusciti a ritagliarsi un’altra pagina da aggiungere alla loro rivalità e al nostro stupore. I talenti della NextGen, così come quelli prossimi ai 30 anni sono pregati di attendere e prendere appunti. Quanto accaduto a Wawrinka e Dimitrov, loro avversari in semifinale, potrà esser di monito e di lezione per gli altri. Non son bastati 5 set e svariate ore di gioco per far emergere la freschezza, la sfrontatezza e l’integrità fisica dei giovani pretendenti al trono. Come il fisico ha dato loro un attimo di tregua dai rispettivi acciacchi (il ginocchio, il polso), a decidere le contese sono state ancora una volta l’attenzione, la tenuta mentale ancorché quella fisica e l’incrollabile fiducia di poter tornare a recitare entrambi un ruolo da protagonisti. Federer e Nadal.

LA FINALE DA NON PERDERE TRA FEDERER E NADAL
Non resta adesso che accomodarsi sul divano e lasciare che la domenica mattina sfumi nell’indistinto. Con due pensieri, magari, su cui riflettere tra un cambio di campo e l’altro. Il primo: nessun campione, in nessuno sport, può dirsi veramente tale finché non ha incontrato sulla sua strada un rivale che per fame, rabbia e voglia lo abbia inchiodato a sconfitte e delusioni tali da costringerlo a ricollocare l’asticella della sua perfezione un po’ più in là. Il secondo: constatare come solo nello sport la rivalità, anche la più aspra, possa nel tempo sublimarsi e trasformare due duellanti in sodali, fratelli oserei dire, consapevoli di dovere l’uno all’altro buona parte della propria fama e delle proprie fortune. Bearsene, infine. E godersi lo spettacolo.