Paolo Graldi

Perdere a Monza, nel Gran Premio di casa, per la Ferrari, è come essere piantati dalla fidanzata a un passo dall’altare: una sconfitta asciutta, severa che si tinge di beffa, che ha il sapore amaro del tradimento, che trafigge il cuore del tifoso con il dardo implacabile della classifica. Imbarazzante, questa la definizione usata da Marchionne, il padron della casa di Maranello che sul circuito, sperando di portar bene, è andato anche alla vigilia della corsa per assistere sotto il diluvio alle prime avvisaglie di quel che sarebbe accaduto.  La netta doppietta della Mercedes, con Hamilton che torna in testa alla classifica provvisoria del campionato e il suo leale scudiero Bottas che gli sta in scia, dimostra che più dei piloti poté la formidabile performance della macchina di Stoccarda.

Il pubblico, generoso fin all’inverosimile, è corso sotto il podio per applaudire un Vettel ammaccato dalla figuraccia, riparata soltanto da un onorevole terzo posto, ancorché distanziato dalla coppia vincente di mezzo minuto mentre l’altro ferrarista, Raikkonen, s’è fatto rifilare un minuto netto, che qui, nel regno della velocità, corrisponde ad una eternità.

La domanda centrale, ora, è questa: la Ferrari è in grado di rimontare? Le Mercedes sono raggiungibili? Quel mostro di bravura dell’inglese chiamato Lewis è battibile in pista o bisogna sperare in qualche guaio meccanico o ad un improbabile errore di guida? Domande che galleggiano sulla pit line in cerca di una risposta convincente che, forse, arriverà al via di Singapore, tra due settimane, quando quell’asfalto si rivelerà, chissà, forse, mai dire mai, favorevole alla Rossa.

Vettel va assolto a pieni voti. Ce l’ha messa tutta. Ha persino rischiato di farsi acchiappare da un fantastico Ricciardo, partito sedicesimo e arrivato quarto davanti a Raikkonen, quasi irriconoscibile, lamentoso, forse afflitto da problemi di stabilità sulle ruote posteriori e comunque mai, né in prova né in gara, all’altezza delle aspettative. Ice Man sembrava rincuorato dal rinnovo del contratto, aveva saputo mostrare a Spa il senso di una classe che sembrava appannata dagli anni e dall’usura. Un guizzo d’assalto da vero campione. Poi di nuovo l’afflizione di piccoli e continui dolori, fisici, forse psichici, certamente meccanici. Sta il fatto che davanti alle migliaia e migliaia di fans, infreddoliti e tuttavia pazienti e pronti al sacrificio sotto il diluvio del sabato, nel giorno della corsa e del pieno sole, la delusione è durata per tutta la gara mortificando un entusiasmo che è stato ugualmente speso davanti a quel terzo gradino del podio, unica macchia rossa tra le tute bianche dei protagonisti assoluti di questa edizione.

Il Mondiale piloti è ancora aperto, ovvio. Ci sono ancora parecchie gare da svolgere e alcune dovrebbero essere favorevoli alla casa modenese ma la imprecazione di Sergio Marchionne servirà come una frustata: il patron non è contento, ha speso tanti soldi, ha adeguato uomini e mezzi alla sfida in atto e, pur raccogliendo i primi allora e spadroneggiando per tutta la prima parte del campionato, ora la partita si fa davvero tosta perché le Mercedes si mostrano nuovamente invincibili, con prestazioni durante le qualifiche da immortalare e con un passo gara irraggiungibile per tutti.

Il lavoro che si prospetta sotto la guida di Maurizio Arrivabene sarà nuovamente a testa bassa e con i piedi per terra, come il principal manager ama ripetere. Occorre un nuovo slancio, nuove idee, uno scatto d’orgoglio felino. Lo spirito di squadra raggiungo e consolidato nell’inverno e che ha pur dato i suoi frutti non basta più. La Ferrari non può permettersi, ancora una volta, di rilanciare al prossimo anno le proprie ambizioni di vincere almeno il Mondiale Piloti. Si potrà vincere anche il prossimo titolo, ma intanto bisogna portare a casa quello in palio quest’anno.