Francesco Cavallini

Dici Suzuka e al tifoso della Ferrari vengono in mente immagini miste dal sapore agrodolce. Il tamponamento tra Senna e Prost, che costò al Professore e alla Rossa il titolo mondiale. Il salto più felice della carriera di Michael Schumacher, sul podio del Gran Premio che nel 2000 lo ha consegnato alla leggenda. Ma anche la foto più bella e allo stesso tempo più triste: il sorriso di Jules Bianchi, che proprio per i postumi di un maledetto incidente sulla pista giapponese ha perso la vita in un letto d’ospedale nel luglio 2015. Jules su una Ferrari in gara non ci era mai salito, ma lo avrebbe fatto. Era la nuova speranza della casa di Maranello.

Un incidente assurdo ed evitabile

Un destino familiare, purtroppo, dato che gran parte della stirpe dei Bianchi ha sempre amato la velocità e le quattro ruote. Come suo zio Lucien, sette anni in Formula 1, morto in un altro sfortunatissimo incidente a Le Mans durante le prove della 24 Ore. Macchina fuori strada e impatto con un palo del telegrafo. Casualità. Destino. Lo stesso destino che ha voluto che sulla pista di Suzuka, nel preciso istante in cui la Marussia di Jules è uscita di pista, ci fosse una gru, ferma nel tentativo di spostare la vettura di Sutil, carambolata lì appena un giro prima. Poca sicurezza quel giorno in Giappone, una gara corsa in condizioni di visibilità che definire scarse è un eufemismo. Ma, nonostante un’inchiesta, non si sono trovati colpevoli. Jules Bianchi è morto per uno scherzo del destino.

La Ferrari nel destino

Un destino diverso si sarebbe potuto e dovuto immaginare. Un destino colorato di rosso Ferrari, quella stessa scuderia che nel 2009 aveva inserito Jules nel suo programma giovani, la Ferrari Drive Academy, che oggi sta portando alla ribalta il giovane e promettentissimo Leclerc, anche lui francese. Bianchi era in buona compagnia, con Sergio Perez, ormai bandiera della Force India, e Lance Stroll, al suo primo anno alla guida della Williams. Una generazione cresciuta e coltivata dalla squadra di Maranello, che attraverso quei ragazzi avrebbe voluto costruire il futuro e che, visti i risultati, ci aveva visto lungo. Soprattutto con Jules, che di questa nidiata era il migliore e che probabilmente ora avrebbe il posto nel box accanto a Vettel, occupato da Kimi Raikkonen.

Cosa resta di Jules Bianchi?

Cosa resta oggi di Jules Bianchi, a tre anni da quell’assurdo incidente? Il suo numero, il 17, ritirato per volontà della FIA, come si addice alle stelle del basket. Il nome di una strada nella sua Nizza, quella accanto allo stadio della squadra di Mario Balotelli. Una fondazione, supportata dal Principe Alberto di Monaco, che si occupa di scoprire e valorizzare nuovi giovani talenti delle quattro ruote. Ma soprattutto resta il rimpianto per una morte evitabile, per il precoce addio ad un talento importante e a un ragazzo splendido. E resta il sorriso contagioso e la simpatia, le qualità umane addirittura più di quelle in pista. Resta il ricordo nel cuore degli appassionati, che neanche gli anni riusciranno a scalfire.