Paolo Graldi

Diciamoci le cose come stanno e non come ce le racconta il team principal Maurizio Arrivabene: per la Ferrari e per Vettel il Mondiale di F1 si è chiuso cinque secondi dopo la partenza del Gran Premio di Singapore. Sì, perché il quadro della situazione è disperato, irrecuperabile. Per ribaltare i giochi dopo la vittoria di Hamilton e i 28 punti di vantaggio sul tedesco, bisognerebbe che l’inglese si sfracellasse contro un muretto a trecento all’ora, si spezzasse le gambe e se lo tenessero con le stampelle per un paio di mesi.

Se si guarda alla regolarità con la quale l’asso della Mercedes inanella pole position e primi gradini del podio, questa eventualità, oltre che poco leale e per niente sportiva, appare improbabile, incredibile, quasi impossibile.  L’errore alla partenza, con la pista bagnata in quei budelli che vanno mangiati a 250 all’ora, è un insulto che andrà analizzato fotogramma per fotogramma.  E non liquidato, come salomonicamente hanno deciso gli steward in cabina di regia della corsa.

Chi ha commesso la svirgolata fatale?  Vettel che si è bruciato una pole leggendaria, conquistata dopo un lavoro esaltante e sfiancante della squadra, durato tutta la notte per trovare l’assetto giusto? Raikkonen che ha azzeccato una partenza a razzo proprio quando non c’era per niente bisogno di quella irruenza da ariete impazzito, ben sapendo che in quella prima curva ci si arriva al massimo in due e che i metri per arrivarci davanti sono troppo pochi? Verstappen, che si è trovato quasi incolpevole, una volta tanto, tra le due Rosse, come un panino, definizione da lui stesso attribuita all’incidente che ha spazzato via dalla gara le tre vetture più titolate a contendersi il traguardo?

L’olandese volante commette troppi errori d’arroganza e di inesperienza, ormai è chiaro. Osannato per le sue prodezze nei sorpassi impossibili, per la sua giovanissima età, per un talento indubbio, la sua smania di vittoria e di spettacolo, comincia a stancare il paddock e la pit line: va bene una volta, d’accordo anche due o tre, ma se muoversi come un elefante in una cristalleria diviene stile di guida, allora è lui che si deve dare una calmata e presto, altrimenti troverà qualcuno sulla sua strada che gli farà del male.

Ma, per quanto il tipetto possa non piacere per quella sua aria di discolo impenitente che guarda sempre all’insù dopo aver compiuto una marachella, stavolta non sembra aver più colpe dei due ferraristi.  Tra i quali, forse, la responsabilità di una partenza non felice ce l’ha Vettel, ansiosissimo di superare il ragazzo della Red Bull alla prima curva, per poi andarsene da solo, bello bello, con la pista impregnata di temporale e le colonne d’acqua a mettere in difficoltà tutti gli inseguitori. Verstappen è scattato meglio, di un soffio, ma meglio del tedesco e quest’ultimo in quegli attimi con l’adrenalina a mille non poteva immaginare che sulla sinistra, dal quarto posto in griglia, sarebbe apparso il compagno di squadra, inutilmente fulmineo.

Una partenza non adeguatamente studiata, comunque non preparata come la posta in gioco doveva imporre a tutti.  L’euforia della rimonta sulle Mercedes, il quinto posto conquistato da Hamilton, ormai abituato a fare il primo della classe, hanno inflitto lo sgambetto alla Ferrari. Maurizio Arrivabene, al quale si dovrebbero dare serratissimi consigli di comunicazione e di arricchimento del vocabolario elementare, si è scusato con i fans (infuriatissimi), promettendo che i gioielli di Maranello combatteranno fino alla fine, fino all’ultima curva dell’ultimo gran premio.

Il fatto è che cambiano le tipologie, ma gli errori restano: una volta è la scelta delle gomme, una volta Vettel fa il bullo con le ruote usate come clave contro Hamilton, un’altra volta, anzi piuttosto spesso, Ice Man mostra il peso degli anni alternando prestazioni d’assalto generoso a flop prestazionali che fanno perfino rimpiangere la sua riconferma. Abbiamo due grandi campioni, rassicura Arrivabene scuotendo la sua testa imbrillantinata, ma questa comincia a diventare una litania indigesta. La macchina va, perbacco.

A Maranello ci mettono l’anima e il cuore e anche il cervello per migliorarla, i meccanici al seguito non si risparmiano e fanno l’alba per trovare l’assetto giusto: ecco, tutto questo ben di Dio non può venire sprecato da gesti di improvvisazione agonistica che non si possono sempre ricondurre al rischio della corsa, all’incidente di gara, al destino cinico e baro. Marchionne, oggi, ha di che essere soddisfatto della macchina e molto pensoso sulle prestazioni. Perdere il Mondiale costruttori per i pochi punti racimolati da Raikkonen e adesso anche per quelli dissipati da Vettel a Singapore è fonte di grande amarezza ma anche di sconcerto.

La stampa italiana, nell’analisi dell’accaduto, per lo più ha trattato l’accaduto con i guanti bianchi ed anche in televisione pochi commentatori hanno avanzato critiche aperte verso una carambola che tutto imponeva di scongiurare. Otto volte su dieci chi parte in pole a Singapore vince anche la gara, dicono le statistiche. Appunto, occorre partire in pole e arrivare alla prima curva prima degli altri. Esattamente quello che la Ferrari non è stata capace di fare. Peccato, peccato davvero. Ma non buttiamo sempre sulla sfortuna e sugli incidenti di gara. Qualche volta si deve parlare di errori ed errori gravi. Così, tanto per parlarci a testa bassa e con i piedi per terra.