Elisa Ferro Luzzi

Giorgio Calcaterra è senza dubbio il maratoneta italiano più amato e ammirato dai podisti. Capace di aggiudicarsi per tre volte il titolo di campione del mondo nella 100 km  (a Tarquinia 2008, Winschoten 2011, Seregno 2012), vincere per 12 volte consecutive la 100 km del Passatore, stabilire il record mondiale di maratone corse in un anno solare sotto il limite delle 2h 20’ e completare 175 maratone in 10 anni tra il 1998 ed il 2008. Ma i runners non lo amano solo per questo: “Re Giorgio” è simpatico, alla mano, pieno di passione che trasmette giorno dopo giorno a questo sport e alle persone che lo circondano. Grinta, testa e cuore attraverso le sue parole sulle pagine de Il Posticipo: buona lettura

Quando e perché hai cominciato a correre?
Ho cominciato da piccolino, i giochi che preferivo erano quelli legati alla corsa. Però se vogliamo parlare di prima gara ho cominciato il 14 marzo 1982: era la stracittadina della Maratona di Roma (la non competitiva). Qualche giorno prima ero in giro con mio padre e abbiamo trovato un volantino, lui mi ha detto “Perché no” e mi ha iscritto. Avevo 10 anni, ho trovato subito un clima di tranquillità e di amicizia, mi sono divertito e sono arrivato al Circo Massimo con mio padre che mi aspettava e che mi ha abbracciato. Ricordo che c’era un ristoro molto grande: quello più il divertimento hanno fatto capire a mio papà che poteva essere lo sport che faceva per me. E ne avevo provati tanti.

Ad un certo punto è diventata una professione. Come è successo?
Ho preso sempre la corsa con impegno, l’ho fatta anche durante il militare. Era un’attività che mi prendeva tanto, mi allenavo sempre, a volte anche due volte al giorno. Il salto di qualità c’è stato grazie alla Maratona: quando ho cominciato a prepararla ho aumentato il numero di chilometri settimanali. Ogni giorno ho cominciato a percorrere 30 km, 15 la mattina e 15 il pomeriggio. Questo mi ha dato quel qualcosa in più, a quel punto ho cominciato a fare le 42 km e anche a vincerle. Da quel momento si può dire che è cominciata a diventare una professione, anche se l’ho sempre voluta alternare al lavoro, quello del tassista: non ho mai voluto che diventasse solo quello il mio obiettvo nella vita perché l’avrei vissuta in maniera meno giocosa. Più o meno nel 1999 direi che ho cominciato a vederla più come una professione perché mi dava anche da vivere.

Detieni un record ancora oggi imbattuto.
Nel 2000 ho stabilito il record di maratone corse in un anno solare sotto un limite 2 ore e 20, è stato un primato e lo è ancora. Lì per lì non riuscii neanche ad apprezzarlo perché ne feci anche tante di gare a ridosso delle due ore e venti, il mio personal best era 2 ore e 13 minuti e non mi sembrava di fare chissà che cosa. Col tempo ho apprezzato di più quel cronometraggio perché è diventato molto difficile da ripetere

Giorgio Calcaterra nel 2015 ha corso due Maratone di Roma in un giorno

Giorgio Calcaterra nel 2015 ha corso due volte la Maratona di Roma in un giorno

Il tuo rapporto con la Maratona.
E’ iniziato tutto in maniera molto graduale. Il 1000 in pista mi piaceva tantissimo a scuola da piccolino, poi sono andato su strada con la 5km, la 10km, la 15km e poi mi sono venuti spontanei i 21km, è stato tutto molto naturale. Appena compiuti i 18 anni ho corso la prima Maratona (Roma, ndr), ma l’ho fatta senza preparazione perché mi dicevano che a 18 anni preparare una gara del genere era troppo impegnativo. L’ho corsa a 5′ al km e chiusa in 3 ore e 29 minuti, poi è arrivata una grande stanchezza: al termine della gara mi sono andato a cambiare in macchina e mi sono addormentato. Ho pensato che la Maratona era per me troppo faticosa e per sei anni non ho più voluto farne una perché per me la corsa non è fatica, bensì gioia e divertimento. Poi ho capito che non è la Maratona che è fatica: è affrontarla senza preparazione che ti distrugge. Successivamente l’ho preparata bene e non ho faticato, ho capito che se la rispetti lei rispetta te: dopo 13 giorni ho voluto farne un’altra e mi sono accorto che era soltanto una corsa più lunga.

Come sei arrivato a correre 100 km?
A un certo punto mi hanno detto “Ma perché non fai la 100 km, sei adatto a queste distanze”. L’idea di correre per tutte quelle ore mi spaventava moltissimo, pensavo che ad un certo punto sarei stato costretto a camminare. Siccome poi esiste in Italia una 100 km che è molto bella e famosa, il Passatore, ho voluto provare a correrla e – spaventato da quello che era stato il mio primo approccio con la Maratona – mi sono preparato benissimo facendo un lungo di 80 km da solo a Villa Pamphili. Questo allenamento mi ha portato a completare la gara e a vincerla subito. Da lì hanno cominciato a convocarmi per i Mondiali, ne ho vinti tre e ho preso il vizio delle 100 km aggiudicandomi per 11 volte consecutive il Passatore.

Calcaterra vince il Passatore per l'11esima volta

Calcaterra vince il Passatore per l’11esima volta

Ti sei spesso scagliato contro il doping. Cosa ne pensi del caso Schwazer che ha destabilizzato l’atletica negli ultimi anni?
Bisogna mandare un messaggio forte contro il doping, ossia se un atleta viene trovato positivo deve avere una condanna importante: portare alle Olimpiadi chi è stato squalificato significa farsi rappresentare da una persona che ha fatto una cosa sbagliata. Il mio pensiero va al messaggio che passa attraverso questa storia: altri atleti potrebbero pensare che per un periodo ci si può dopare tanto poi basta pentirsi per essere reintegrati. A parer mio dovrebbe essere un reato penale perché è una truffa bella e buona. Se nel caso di Schwazer ci sia stato complotto o meno non lo so, non voglio discutere di questo ma sicuramente non andava portato alle Olimpiadi.

Oggi corrono tutti, c’è tanta partecipazione attorno a questo sport. Una volta però non era così: come è cambiato il podismo negli anni? Secondo te perché ora è così popolare?
Io ho cominciato negli anni in cui chi correva veniva preso in giro quando invece non c’è niente di spiritoso in una persona che sta facendo allenamento. Adesso è difficile trovare chi ti prende in giro, ormai la corsa è diventata parte integrante nella vita di molte persone; forse è diminuita la qualità degli atleti, ma è aumentato il movimento e di questo sono contento. Credo molto nella corsa come un modo per star bene per condividere emozioni, un modo per fare turismo, per vedere altre città e per stare con le altre persone

Domenica è andata in scena la 40esima edizione della Maratona di New York. Hai mai partecipato?
Ci sono andato tre volte, due sono riuscito a correre mentre la terza è stata annullata per l’uragano Sandy. Fu brutto perché ormai la gente era arrivata, non si avvertiva questa difficoltà in città, è sembrata più una mossa economica quella di annullarla dopo l’arrivo degli atleti. Quella maratona è ovviamente bellissima ma c’è troppo business di mezzo e si percepisce tantissimo.

E’ da poco uscito il tuo libro “Correre è la mia vita”. Come mai hai avuto l’esigenza di mettere nero su bianco la tua esperienza?
In molti mi chiedevano di raccontare delle mie imprese sportive, della mia vita. Sono sempre cresciuto con gli insegnamenti di mio padre che mi diceva che i ricordi sono importanti, lui teneva una sorta di diario con le mie foto delle varie gare. Ora purtroppo non c’è più ma il suo insegnamento è rimasto, per me questo libro è un proseguire ciò che lui mi ha lasciato, una sorta di diario, quello che lui avrebbe tenuto al posto mio. Ho cercato di aprirmi, di raccontare la mia vita atletica e non e di mettere insieme tutto quello che ho provato.

Ti vediamo spesso durante le “semplici” 10 km soprattutto a Roma. In particolare durante la Corri Roma di giugno ti abbiamo visto, dopo aver tagliato il traguardo, risalire su per i tornanti del Pincio ad incitare le persone. Ti piace infondere coraggio agli altri runners?
Mio papà ha cominciato a correre dopo di me a forza di riaccompagnarmi alle gare ma non aveva tempo di allenarsi, spesso arrivava anche tra gli ultimi e questo faceva sì che io lo andassi a raggiungere sempre al termine della mia gara. Ora mi piace farlo anche con le altre persone, lo faccio specialmente quando devo andare incontro ad un amico o ad una persona cara. Durante la Corri Roma c’è stato il debutto di mia sorella Laura e sono risalito per quello, però per me tornare indietro è sempre una festa, mi capita di farlo anche quando non c’è nessuno in particolare a cui andare incontro.

Le prossime gare in programma?
Parteciperò al Mondiale 100 km del 27 novembre a Los Alcazares, in Spagna. Purtroppo  però la preparazione non è andata come avrei voluto a causa di una febbre alta che mi ha fatto perdere tanti giorni di allenamento. La mia preparazione per una 100km dura due mesi, se su questi due mesi perdi 15 giorni è un po’ un problema ma la mia filosofia è che non bisogna solo vincere, l’importante è esserci e mandare un messaggio positivo alla Nazione. Non mi tiro indietro, sarà una buona gara magari non dal punto di vista cronometrico ma dal punto di vista dello spirito. Bisogna correre a prescindere dal risultato.

Giorgio Calcaterra con la maglia dell'Italia

Giorgio Calcaterra con la maglia dell’Italia