Paolo Graldi

Prima di salire su quel podio iridato Nico Rosberg già sapeva che sarebbe stato l’ultimo. Una sola cosa non aveva ancora deciso: quando rivelarlo al mondo. Lo ha fatto ieri su Facebook con un comunicato nel quale si rintraccia tutto il suo carattere. Il carattere di un uomo ancora giovane, determinato nel perseguire obiettivi ambiziosi, i più alti e duri da conquistare, ma anche abbastanza maturo da saper scendere da quel gradino più alto, ambito strenuamente per venticinque anni e con la pesantissima eredità del padre da difendere e aggiornare con un titolo tutto suo.

Rosberg, dallo champagne alla birra

Un titolo afferrato all’ultimo respiro, contro un avversario difficilissimo, ostico fino all’inverosimile, ambizioso e arrogante, fegatoso e spiccio nell’arrembaggio verso la sua terza corona. Così, il biondino che abita a Montecarlo, che ama la moglie Vivien sfacciatamente e adora la figlioletta sballottata per tutti i gran premi in giro per il pianeta, ha dato forfait. Troppo dura la conquista del titolo e vuoto ormai il paniere delle ambizioni per rimettere a posto fisico e testa dopo una vacanza per rimettersi a combattere in quel circo luccicante e spietato, dove i soldi si contano a miliardi e le vittorie e le sconfitte in millesimi. Ha alzato le braccia non più in segno di vittoria ma di resa. Una resa sincera, aperta, quasi avvolta nel mantello dell’amore per la famiglia e per una prospettiva di vita diversa, incerta e tuttavia da affrontare non più su quattro gomme a trecentosessanta chilometri all’ora. I precedenti di campioni scesi dal ring o dal podio all’apice del successo sono pochi e gli archivi ce ne rammenteranno le storie e le motivazioni. Quelle spiegate da Rosberg al suo pubblico hanno il sapore di un bicchiere d’acqua di fonte, limpida e fresca, dopo una corsa forsennata alla quale ha sacrificato moltissimo del privato e piegato certamente anche molto del carattere. Non si arriva a guidare una Mercedes se non si ha una riserva formidabile di tenuta di nervi e di determinazione alla vittoria, una riserva di capacità al sacrificio anche fisico. Le parole di Nico ce lo rendono ancora più simpatico di quanto già non lo fosse, con quella sua schietta disponibilità a rivelarsi, nel bene e nel male, nella vittoria e nella sconfitta. Con un riguardo sempre presente alla riservatezza, alla privacy, alla famiglia, all’amore per la compagna e la figlia, un piccolo circo protetto dal grande circo, tenuto sempre vicino, un aiuto e un conforto permanenti. Rosberg, il campione del mondo che non sarà in pista il prossimo anno a godersi la conquista di quest’anno meraviglioso e orribilis, ci svela dal pulpito più alto la estenuante fatica di diventare campione, di rincorrere gara dopo gara le coppe argentate da bagnare con champagne da… birreria.

Lewis Rosberg

Nico Rosberg, campione del mondo 2016 di F1 con la Mercedes.

Un atto di estrema umiltà che è un gesto di coraggio dell’eroe che preferisce tornare con i piedi sulla terra e all’asfalto liscio e insidioso preferisce adesso i viottoli del parco del Principato dove abita e dove si rifugiava appena poteva. Ricco e famoso, bello e ancora giovane, ammirato e applaudito anche per la simpatia quest’uomo ha compiuto una scelta fuori e sopra le righe, si è tirato fuori dalla feroce contesa con la corona d’alloro sulle spalle. Non è lui a perdere il confronto estenuante e infinito che si esige dai campioni: è il suo mondo a chinarsi di fronte alla sua rinuncia, costretto a riflettere sul sacrificio che lo spettacolo della velocità impone ai suoi protagonisti. La sua scelta di uscire da quel coro arrembante gli fa vincere la gara più lunga e più bella, lasciando agli avversari che qualche volta sono diventati nemici l’amara soddisfazione di non vederselo più davanti o alle calcagna, alla ricerca di un traguardo in più. Il suo avversario, amico d’infanzia e poi muto e gelido compagno di squadra non avrà di che rallegrarsi di non vederselo più accanto, nei box, in pista, sul podio.

Padri figli formula 1

Rosberg e Hamilton ad Abu Dhabi (foto Colombo-Pirelli Media).

Altri competitor affamati di successo e di titoli sono già con le gambe infilate nelle monoposto, pronti per le staccate più al limite che si può. Nel paddock girano i primi nomi. Di sapore tedesco o spagnolo per vecchie glorie ancora pronte alle sfide. Di altro genere nomi poco noti di ragazzi vogliosi di farsi largo, un po’ come è successo a Max Verstappen che deve ancora lottare con l’acne giovanile e i brufoletti in mezzo alla giovane barba. La macchina della Formula 1 è troppo avida e anche troppo bella per trovare il tempo di soffermarsi su chi esce di scena, non importa se da campione o per limiti di età. E tuttavia l’abbandono gentile e sereno di Nico, tutto quel che contiene di bello e di aspro la sua scelta, ci regalano uno sprazzo di autentica umanità che ci aiuta a riflettere sull’effimero dei riflettori e ci riconduce a valori veri, grandi e permanenti della vita. Sì, una lezione di guida sulla vita da campione, istruzioni per l’uso del successo. Auguri Nico. E grazie di tutto.