Paolo Graldi

Dài e dài, caparbio di pancia e di testa, il biondino di bandiera allemana ha strappato l’iride della Formula 1 all’ex amico di infanzia, l’inglesino diventato squalo insaziabile. Traduco: Nico Rosberg ha vinto il Mondiale 2016 all’ultimo respiro, a fine pista, senza più millesimi da mangiare e centimetri da far inghiottire alla sua magnifica freccia. Lewis Hamilton si è portato a casa la 52esima vittoria in carriera dopo un tripudio di pole position e di record, lui lo spaccone con le catene d’oro appese al collo che già ne fanno un fenomeno con un posto d’onore assicurato nell’Olimpo della velocità.

Hamilton le prova tutte, ma niente da fare

Non gliela voleva dare la vittoria, a nessun costo, al suo compagno-rivale e negli ultimi giri, nella notte di Abu Dhabi, con la brezza del deserto che spazzava la pista impastata di trucioli e di sabbia rossa, ha giocato sporco. Ha rallentato la cavalcata ormai vittoriosa sperando che il compagno, la sua ombra permanente, che lo seguiva dappresso in preda alla paura di sbagliare qualcosa, potesse essere attaccato e superato da Max Verstappen, indiavolato come sempre, o da Sebastian Vettel alla disperata ricerca di un podio di fine stagione, uno zuccherino per addolcire le tante amarezze di una stagione da dimenticare. Lewis ha giocato la carta del tranello e perfino dai box glielo hanno fatto notare quando si sono accorti che ci marciava spudoratamente giocando con l’elastico. Sì, sperava che Nico se lo inghiottissero gli inseguitori, che un sorpasso lo mandasse al diavolo contro qualche muretto, che finisse a fare giravolte in stato confusionale. La cattiveria dell’inglese stavolta non ha pagato: si è portato a casa l’alloro del gradino più alto del podio, si è bevuto l’inno alla Regina con lo sguardo fisso nel vuoto e ha ingoiato il rospo iridato che lo avrebbe portato alla pari di Vettel protagonista di una straordinaria, inutile rimonta. Con il karaoke dei Mondiali, cantando in italiano.

Nico Rosberg su Mercedes.

Nico Rosberg su Mercedes.

Rosberg, trentaquattro anni dopo il padre Keke (un titolo con una sola vittoria di Gp), corona il suo sogno di bravo ragazzo nutrito a modestia e determinazione per sopperire a quel briciolo di talento che forse ancora gli manca e a quella manciata di coraggio cattivo ma leale che non ha ancora trovato. Un titolo meritato, conquistato colpo su colpo che consegna alla casa di Stoccarda un medagliere unico e irripetibile. In cuor suo Niki Lauda, volpone d’antan e il diplomatico Toto Wolf, principal manager della Mercedes, non hanno potuto esternare una gioia segreta per questo titolo: l’uno vale l’altro, si dice da quelle parti, ma anche che al cuore non si comanda. Il bottino è enorme, quasi disgustoso perché mette in evidenza una superiorità schiacciante, un campionato tra i due in tuta bianca e tutti gli altri, là dietro a darsi battaglia ad animare i battiti di un circo che ha il cuore stanco e cerca, per sopravvivere, a darsi regole nuove e sperabilmente coerenti, ruote più larghe e motori più chiassosi per far scena ma anche per correre di più. Nico non correrà nel Gp di casa perché il Gran Premio di Germania è stato cancellato dalla locandina della prossima stagione e altri Gp sono in forse perché costano troppo, i biglietti paganti non bastano, gli sponsor stringono i cordoni della borsa e il pubblico si annoia. Dovranno inventarsi qualcosa di davvero originale gli Eccleston del futuro prossimo venturo se vorranno sopravvivere alla spietata legge del mercato e c’è da augurarsi che ci riescano perché lo spettacolo dei bolidi e dei piloti resta tra i più coinvolgenti e affascinanti.

rosberg hamilton

Maurizio Arrivabene, team principal della Ferrari.

BUTTON E MASSA SALUTANO LA F1. DELUSIONE FERRARI
James Button e Felipe Massa hanno salutato il circo. L’inglese avvolto dagli sguardi teneri della madre, mai vista prima, il secondo tra le braccia della moglie e del figlioletto, ad asciugargli le lacrime gonfie di rimpianti e di rammarichi, compreso quel titolo mancato per un soffio e conquistato da Hamilton per un sorpasso al veleno. Due belle figure. Due uomini, due piloti, due caratteri. Due campioni autentici. E ci mancheranno quegli occhi neri e puntuti di Felipe più sfortunato che baciato dalla sorte, in tante circostanze; amatissimo dal popolo della Ferrari, stimato dal Paddock, applaudito da tutti. Se ne è andato dicendo che vorrebbe essere ricordato per l’etica che ha messo in questo duro e cinico mestiere. E’ vero, Felipe, un uomo fragile sorretto da una forza meravigliosa. La Ferrari, per bocca di Marchionne, dopo il repulisti che ha scacciato senza eleganza Domenicali e Montezemolo, doveva chiudere le stagioni no e portare il titolo a Maranello, assieme ai tanti altri già in bacheca. Neanche un podio sul gradino più alto, il bilancio finale e una stagione mesta, costellata di errori ai box, di strategie rivelatesi perdenti, di flop meccanici e anche di errori di guida. Più una sfortuna che non si augura neppure ai nemici. Il tutto da archiviare senza funerali ma con la consapevolezza che il lavoro da fare è ancora tanto, pur in presenza di significativi progressi. La squadra c’è, i piloti hanno voglia di battersi, i soldi arriveranno e si spera che siano spesi in buone idee per mandare in pista una monoposto che sappia mettere in discussione lo strapotere Mercedes e la crescita esponenziale della Red Bull, tornata arrembante con quel fenomeno chiamato Verstappen e quel simpaticone che osa e vince di Daniel Ricciardo. Arrivabene alla guida del team si augura, insieme a noi, che il nome che porta si avveri, Gp dopo Gp, fino alla prossima notte di Abu Dhabi, con un baffo iridato a macchiare il cofano della Rossa.