Ronald Giammò

Gli sponsor prendono, gli sponsor danno. Si potrebbero riassumere all’insegna di questa massima i 15 mesi trascorsi lontani dai campi da gioco di Maria Sharapova, risultata positiva ad un controllo antidoping del gennaio 2016 e tornata in campo questa settimana nel Grand Prix Porsche di Stoccarda. Il torneo tedesco, targato Porsche e vinto dalla russa per tre edizioni consecutive dal 2012 al 2014, ha concesso lei una wild card al termine della squalifica inflittale dalla Itf per esser risultata positiva al Meldonium, un modulatore metabolico incluso nella sezione S4 (Ormoni e Modulatori Metabolici) della Lista Proibita della Wada per il 2016. Brucia l’uscita in semifinale, in tre set, a Stoccarda proprio per mano della nemica Mladenovic, la collega che per prima aveva inveito contro di lei dopo l’annuncio della positività.

Sharapova: la squalifica per doping

Lungi dal farci tribunale in causa, vale la pena ricordare a rigor di cronaca che il farmaco in questione sia entrato nella lista proibita della Wada a inizio 2016 e che la russa abbia dichiarato di assumerlo da dieci anni (circostanza questa su cui la comunità scientifica ha espresso non poche perplessità), che il controllo in cui Masha è risultata positiva sia datato 26 gennaio 2016 e che la stessa Sharapova ne abbia subito ammesso l’assunzione tradita da un protocollo solo di recente modificato e da una sua leggerezza che pur non assolvendola è lì a riprova della sua buona fede. Conclusioni: i quattro anni richiesti dall’Itf sono stati ridotti a due e i due si sono a loro volta sciolti in 15 mesi conclusi con il ritorno in campo sui campi di Germania. Quel che è stato curioso seguire, e registrare, nei mesi intercorsi dal suo stop al suo rientro, sono state le reazioni dei suoi colleghi (uomini e donne) e degli addetti ai lavori, divisi gli uni come gli altri tra dichiarazioni al miele all’insegna del perdono e draconiane prese di posizione al grido di chi sbaglia paga. Tra queste ultime spiccano le voci di Cibulkova, Kerber, Wozniacki, Watson, Radwanska, Vinci, Bouchard (la più aspra e recente) per citare alcune tra le colleghe di Masha. Mentre tra gli uomini prese di posizione altrettanto granitiche sono arrivate a firma Tsonga, Kyrgyos e Murray. Dal coro si è levata alta la voce di Kristina Mladenovic che nel marzo dello scorso anno in un’intervista a Le Parisien si fece addirittura portavoce di un sentimento diffuso nel circuito Wta secondo il quale Sharapova era vista un po’ da tutti come un’imbrogliona. E’ stata proprio la grande nemica a eliminarla in semifinale a Stoccarda.

Ora, il carattere della russa – introversa, algida e restia alle facili confidenze sul tour – non ha di certo aiutato nella conta degli amici quando la nostra è stata colta in fallo. Ma la caduta dagli altari alla polvere è un cliché già visto infinite volte nella storia dello sport, e a nessun peccatore è stata negata una seconda chance a patto che questa arrivasse al termine di un percorso che dalla colpa passi attraverso la sua espiazione per concludersi con la redenzione e la riammissione nel circolo degli eletti. Ed è su questo percorso che Sharapova ha diviso, e continua a dividere, l’opinione pubblica rischiando di perdere la partita più importante contro quell’avversario chiamato diffidenza. Accertato il dolo e scontata la pena, una certa narrazione politicamente corretta vuole infatti che il ritorno in campo ricominci da zero, senza favoritismi o tappeti rossi, e che l’atleta compia anche in campo quel percorso di espiazione già condotto nei mesi forzati di stop.

MARIA E’ ANCORA DI GRANDE RICHIAMO PER IL PUBBLICO
Rieccoci quindi a Stoccarda e al Grand Prix Porsche. Gli organizzatori, attratti dal richiamo che Masha ancora esercita sul pubblico e subodorando forse un certo periodo di stanca del circuito femminile (il vuoto alle spalle di Serena Williams, presto mamma, sintetizziamolo così) hanno concesso a Sharapova una wild card nonostante la russa al momento non figuri nel ranking Wta. La questione, si capisce, non riguarda più regolamenti, commi o quant’altro ma si è spostata oggi sui binari dell’etica. Un areopago collettivo istituitosi da sé e che continuerà a vociferare nonostante l’unica giustizia chiamata a pronunciarsi sulla questione abbia già emesso il suo verdetto.