Ronald Giammò

Caro Conor O’Shea,

ci conosciamo da poco. Un tour estivo, i test autunnali glorificati dalla storica vittoria contro il Sudafrica e queste prime uscite in quello che per te è il primo Sei Nazioni sulla nostra panchina. Il giudizio, ovvio, è ancora in sospeso. Ma valga per noi quel che di te dicono i nostri Azzurri: competente, coinvolgente, di lui ci si può fidare. Ci fidiamo di te. Pazienza non ce ne manca. Ne abbiamo concessa a tecnici dell’altro mondo venuti qui ad alzar barricate per ottanta minuti; ci siamo affidati ad altri con cui la scintilla non è mai scoccata: geografia, cultura, fantasia. Tutto troppo lontano dai nostri cromosomi ovali, dalla nostra seppur giovane identità. Tu invece, Conor, sai bene chi siamo. Era la fine degli anni Novanta, ricordi? La generazione d’oro del nostro rugby si mise in testa di scardinare secoli di tradizioni e di bussare alla porta del Sei Nazioni. Ad alcune delle quattro Union britanniche cominciammo a dare del filo da torcere; di altre collezionammo scalpi fin lì impensabili; e contro la tua Irlanda, dopo l’exploit di Treviso, concedemmo addirittura il bis violando il sacro prato del Lansdowne road. Tu c’eri quel pomeriggio a Dublino, dovresti ricordartelo.

lettera rugby
A guidarci allora era un francese di nome Georges Coste. E qui, Conor, cominciamo ad avvicinarci al cuore del problema. Vedi, quando abbiamo scelto nocchieri francesi alla guida del nostro rugby i progressi, così come i risultati – pochi, sudati e per questo ancor più belli – non sono mai mancati. Sarà averceli proprio dietro casa, sarà la lingua, una storia spesso fatta a braccetto. Con loro funziona. L’alchimia di una stagione non cancella però secoli di differenze. E di diffidenze. Per dirne una, Conor: se nei nostri anni d’apprendistato rugbystico voi anglosassoni non vi vergognavate a concedere lo status di test match alle nostre sfide, loro più volte ci hanno negato questo onore. E questo sa di supponenza, di presunzione, di elitarismo. Qualità che mal si accordano al nostro sport.  A Grenoble, nel 1997, cambiò tutto. Li suonammo di brutto, loro reduci dal Grand Slam, e da quel giorno non ci fu più sfida tra noi e loro relegabile ad amichevole. Certo, record e vittorie arridono ancora ai nostri cugini. Ma qualche bella soddisfazione ce la siamo presa anche noi, e trascura pure quel trofeo Garibaldi che domani farà bella mostra di sé a bordo campo, chè di simbologia e significati questa sfida è già bella che ricca.

IL  NOSTRO DERBY DEL RUGBY
Provo a spiegartelo così. Se è vero che ogni rugbysta irlandese ha la sua Inghilterra da sfidare almeno una volta nella sua carriera, sappi che per ogni rugbysta italiano c’è là fuori una Francia con cui egli dovrà prima o poi misurarsi. Cuore, orgoglio e grinta. Questo chiediamo ai nostri. La pazienza non ci manca, te l’ho detto. E un pomeriggio vola via veloce.