Ronald Giammò

L’ottimismo sì, quello sempre. Il problema semmai è calarlo nel rugby. Sport crudo, vero, dove la fortuna incide poco o nulla. Sport dove i bluff hanno vita breve e a vincere è sempre la squadra più forte. Sport esatto, dunque, che d’imprevedibile ha solo i rimbalzi del suo pallone ovale. Siamo quindi noi i più forti? Ovvio che no. Storia corta, lo si è detto tante volte. Cultura ancora (quasi) tutta da formare. Squadra giovane e poco esperta e un tecnico, Conor O’Shea, che da soli otto mesi è alla guida della Nazionale Italiana di Rugby.

Obiettivo Coppa del Mondo: ecco come

Eppure, motivi per essere moderatamente ottimisti, a guardar bene, ce ne sono. Intendiamoci: il solo pensiero di poter vincere il torneo resta ancora un’eresia. Il nostro tecnico lo ha detto. Ha però aggiunto che l’obiettivo non è quello di vincere oggi, ma quello di presentarsi alla prossima Coppa del mondo come la squadra che nessuno vorrebbe incontrare. Proposito ancora vago. Che merita però d’esser approfondito. I tecnici vanno e vengono, e al loro arrivo tutti sono accompagnati da comprensibili entusiasmi: la voglia di mettersi in mostra, il desiderio di far parte di un nuovo ciclo e di misurarsi contro i migliori su palcoscenici internazionali. E’ su questa onda che nei diciassette anni seguiti al nostro ingresso nel 6 Nazioni sono stati raggiunti risultati e vittorie per certi versi sorprendenti. Quel che è mancato è stata la profondità, il desiderio di cambiar pelle ad un movimento che negli anni è continuato a crescere (tesserati, introiti, seguito) senza però riuscire a tradurre in ricambi, qualità ed eccellenze questa ondata d’entusiasmo che lo accompagnava. E qui sta la differenza di O’ Shea.


Il tecnico irlandese – un passato da estremo dei tutti verdi – è sbarcato in Italia con le idee chiare e uno staff pronto a raccogliere questa sfida. Partiamo dagli uomini. Da un lato Stephen Aboud, già responsabile della formazione del rugby d’Irlanda nonché uno degli artefici del rinascimento dei verdi a livello internazionale, a supervisionare la formazione degli atleti fino alla Nazionale U20. Sul campo accanto a sé, O’ Shea ha voluto Mike Catt come tecnico dei trequarti e delle skill. Profilo importante, quest’ultimo, dalla grande esperienza – campione del mondo con l’Inghilterra nel 2003 – e che gli addetti ai lavori descrivono come fondamentale nella trasmissione ai giocatori dei precetti del nuovo tecnico.

RIVOLUZIONE AZZURRA
La vera rivoluzione riguarda però la sinergia inaugurata da questo nuovo corso tra la Nazionale e i due club di riferimento del rugby italiano: Benetton e Zebre. La presenza agli allenamenti, i continui aggiornamenti, la condivisione del lavoro e degli obiettivi, il monitoraggio continuo degli atleti di interesse nazionale e la costruzione parallela (vedi Aboud) delle generazioni che in futuro dovranno prendere il loro posto. E’ un lavoro lungo, i cui frutti difficilmente si vedranno nel breve termine, ma che garantirà al nostro movimento di muoversi come un unico corpo: la base ad alimentarlo, gli anni di formazione a sgrezzarne le inevitabili carenze, l’attività d’alto livello a raffinare il tutto. Troppo ambizioso? Forse. Ma è questa l’unica via se si vuole provare a tenere il passo di paesi dalle radici più ovali delle nostre e da serbatoi ricchi di talento dai quali è più facile attingere. La vittoria dello scorso autunno contro il Sud Africa a Firenze è lì a confermare la bontà di questo nuovo corso. Adesso ne serviranno delle altre per guardare ai prossimi test estivi con fiducia e la convinzione di chi sa che sta facendo le cose nel modo giusto. Domenica per noi inizia il 6 Nazioni. All’Olimpico arriva il Galles. Le tribune, come sempre, traboccheranno d’ottimismo. Ai nostri il compito di alimentarlo per ottanta minuti.