Adriano Stabile

«18 giugno 1995: Nuova Zelanda e Inghilterra si affrontano nella seconda semifinale della Coppa del mondo di rugby. Si gioca a Città del Capo, sotto un sole ruggente. A  ruggire sul campo ci sono gli All Blacks e in particolare Jonah Lomu. Il match inizia in maniera strana, come se debba accadere qualcosa: il neozelandese Andy Mehrtens calcia il primo pallone non sugli avanti come nel 90 per cento di casi, ma sui trequarti. Subito dopo due giocatori inglesi si scontrano, è quasi imbarazzante. Forse sono tesi, emozionati, forse hanno paura. Poi c’è una touche, una mischia e infine il mediano d’apertura neozelandese apre il gioco con un inedito pallone parabolico che rimbalza finché, dopo 123 secondi, Jonah Lomu se ne appropria. Quando Lomu blinda il pallone sotto la sua spalla sinistra inizia l’azione della meta forse più famosa al mondo. È una meta che dura 7 secondi, per 35 metri e 25 passi: Lomu supera tre inglesi, calpestando… sotterrando… asfaltando il terzo prima di tuffarsi in meta. È una meta che cambia il rugby che si trasforma quel giorno in uno sport professionistico. Fino ad allora all’ala giocava il più veloce, il più agile, il più svelto. Da quel momento in poi all’ala inizia a giocare un gigante, un energumeno dotato della stessa velocità e rapidità. È l’inizio di una nuova era del rugby, un’era cominciata grazie a Jonah Lomu».

Così Marco Pastonesi, scrittore, per anni firma di punta della Gazzetta dello Sport, ex giocatore di rugby («ho giocato per 13 anni, tra Serie A e B, nel ruolo di trequarti ala, lo stesso di Lomu, poi come trequarti centro e alla fine anche come terza linea nell’A.S.R. Milano, nel Rugby Rho e nell’Interforze Napoli»), ci racconta l’alba dell’epopea di Jonah Lomu, straordinario giocatore neozelandese, morto a soli 40 anni a seguito di cronici problemi renali, quasi un anno fa, il 18 novembre 2015. Pastonesi ha dedicato allo scomparso campione neozelandese il suo ultimo libro “L’Uragano nero” (184 pagine, 66thand2nd, 18 euro) raccontando una bella storia di rugby che intreccia la biografia dell’asso degli All Blacks con vicende emblematiche della palla ovale.

Lomu rugby

Il libro di Marco Pastonesi su Jonah Lomu, appena uscito nelle librerie

Jonah Lomu, un carro armato veloce come una Ferrari

Jonah Lomu, nato a Auckland nel 1975, neozelandese di origini samoane, conta 63 caps (presenze) negli All Blacks tra il l994 e il 2002. Lo definiscono «un carro armato veloce come una Ferrari». Da piccolo assiste alla terribile scena di un machete che taglia la testa di uno zio e sfigura il viso di un cugino. Vive un’infanzia difficile, in un quartiere dove conosce degrado e violenza («il rugby mi ha salvato la vita» dirà da adulto), ma pratica anche tanto sport. Nonostante sia sempre stato un “bisonte” (appena nato pesava 6 chili), da ragazzo vince i 100 metri nei campionati nazionali studenteschi in 10”96. Poi si concentra nel rugby, con successo. Abbinando in modo supremo velocità e possanza fisica.

Trequarti ala, da atleta formato è alto 1,96 per 116 chili, 48 di piede, 53 centimetri di collo e 128 di torace. Sin dal 1995 ha problemi ai reni, è malato di nefrite: si cura, convive a lungo con la malattia, è costretto a fermarsi più volte, a sottoporsi alla dialisi e nel 2004 torna a vedere la luce grazie a un trapianto di rene. Non gli andrà bene perché nel 2011 la malattia tornerà a tormentarlo definitivamente, fino all’improvviso attacco cardiaco fatale del 2015. A quasi dodici mesi dal quel tristissimo 18 novembre, ci facciamo raccontare in esclusiva per Il Posticipo l’Uragano nero da Marco Pastonesi.

Lomu rugby

Jonah Lomu all’età di 30 anni nel 2005

Buongiorno Pastonesi, perché Jonah Lomu ha rivoluzionato il rugby?
«La rivoluzione c’è stata nel fatto che l’atleta grande, grosso, possente e pesante da lui in poi non è stato più relegato (o delegato) alla mischia, ma ha potuto giocare anche nei trequarti. Dopo Lomu l’ala piccola e sgusciante è diventata una rara eccezione. Anche in Italia, oggi, le ali sono giocatori da cento chili. Lomu è riuscito a fondere il meglio degli avanti con il meglio dei trequarti. La cosa curiosa è che l’esplosione del colosso neozelandese è coincisa, nel 1995, con il passaggio ufficiale del rugby dal dilettantismo al professionismo dichiarato».

Ma Lomu aveva difetti tecnici?
«Sì, certo, non era impeccabile. Aveva carenze in difesa e non sapeva calciare bene però fisicamente racchiudeva il meglio di tutti i ruoli perché era Superman. Dapprima ci siamo innamorati di lui, poi l’abbiamo amato quando ci siamo accorti che questo Superman era anche vulnerabile. La sua Kryptonite era il rene». 

La malattia quanto ha condizionato Lomu?
«Il suo fisico era come una fisarmonica: dimagriva, ingrassava, si allenava poi si doveva fermare, passava lunghi periodi in dialisi, poi in palestra, in pista, in campo. La sua vita è stata una continua rincorsa verso il rugby. Gradualmente ha capito con maggiore consapevolezza che aveva trovato la sua strada in un campo di rugby, divulgandone valori che possono sembrare retorici, ma che esistono soprattutto nell’attività di base e persistono anche ad alti livelli».

«Ha tentato di continuare a giocare a rugby, scendendo in basso, in Francia. Quando è andato tra i dilettanti del Marseille Vitrolles i compagni di squadra lo hanno accolto come Gesù»

Lomu rugby

Jonah Lomu è nato il 12 maggio 1975 ed è morto il 18 novembre 2015

Possiamo dire che il suo periodo migliore è terminato nel 1999, quando aveva 24 anni?
«Direi di sì, ma anche dopo ha vissuto momenti e partite ad alti livelli».

Quindi Lomu è stato una cometa.
«Assolutamente sì. Una cometa, non una meteora, perché ha illuminato e ha indicato la strada verso tante piccole capanne che sono i nostri club». 

Ha lottato a lungo per giocare nonostante la malattia, pur senza tornare più quello di una volta.
«C’ha provato anche scendendo in basso, fino a giocare nei dilettanti francesi nel Marseille Vitrolles (nel 2009-10, n.d.r.) che hanno accolto Lomu come dodici pescatori avevano accolto Gesù Cristo».

Come è strutturato il tuo libro “L’Uragano nero”?
«L’ho pensato su due livelli: quello altissimo di Lomu, ma anche quello basso di tutti gli altri perché facciamo parte dello stesso mondo del rugby. Anche i “grassoni” delle squadre old o i piccoli mingherlini spinti al rugby dalle madri. Facciamo parte di una stessa comunità e ne andiamo fieri. Ho raccontato anche storie divertenti o esemplari, come quella del pioniere Stefano Bellandi dell’U.S. Milanese».

«Non era uno che si tirava indietro: non fa parte della mentalità di chi gioca a rugby. Giocare a rugby è una voce del verbo dare. Si continua a dare anche quando si finisce di giocare»

Cosa c’è del Lomu privato nel tuo libro?
«Soprattutto il rapporto con i genitori, che forma il carattere e l’indirizzo di un’esistenza. Mi interessa meno il rapporto di Jonah Lomu con le mogli, anche perché qualche incertezza l’ha avuta e poi me ne fotto dei pettegolezzi. Lomu era presissimo dai suoi due figli e ha avuto anche vicissitudini economiche: è stato spremuto, un po’ per generosità e un po’ per ingenuità».

Un’ultima domanda: è possibile che l’impegno che Jonah Lomu ha profuso come testimonial per la Coppa del Mondo 2015 abbia contribuito alla sua fine?
«Probabilmente sì. Non era uno che si tirava indietro: non fa parte della mentalità di chi gioca a rugby. Giocare a rugby è una voce del verbo dare. Si continua a dare anche quando si finisce di giocare. Ma comunque, nella mia esperienza, il dare è sempre meno di quello che ricevi dal rugby in termini di emozioni, sensazioni, amicizie, ideali e rettitudine».

Marco Pastonesi rugby

Marco Pastonesi, giornalista e scrittore, è stato giocatore di rugby per 13 anni