Redazione

Dieci anni sono tanti. Quasi un’eternità, considerando la durata media di una carriera. Se il cestista medio passa più o meno tre lustri sul parquet, tranne importanti eccezioni, possiamo senza timore di smentita sentenziare che Marco Belinelli ha passato due terzi delle sue stagioni in NBA. Mica male per chi, almeno fino a qualche anno fa, era considerato il meno valido della colonia tricolore negli States (e in Canada, altrimenti a Toronto si arrabbiano). Non è stato la prima scelta assoluta come il Mago, non si è mai imposto da titolare fisso come il Gallo, non ha l’appeal mediatico e il carisma di Gigione. Eppure il Beli è ancora lì, stavolta ad Atlanta. L’ennesima tappa di un lungo giro, cominciato appunto dieci anni fa al sole della California…

Marco Belinelli, una carriera con la valigia

Golden State Warriors. Il posto giusto, ma al momento sbagliato. Però oh, quando ti chiamano dalla Lega delle Leghe, non si può mica dire di no. Poi per carità, momento sbagliato fino ad un certo punto, perchè quei Warriors, in ogni caso, finiscono la Regular Season con il 58,5 di vittorie. Solo che ai playoff non ci arrivano, perchè negli ultimi anni è così che va in Western Conference, si può rimanere a casa in postseason pur avendo vinto una decina di partite in più dell’ottava della Eastern. Ma questo è già un passo avanti. Il primo passo di una lunga serie, così imprevedibile e tortuosa che lo ha portato sulla cima del mondo del basket, Marco Belinelli lo fa sul parquet della Oracle Arena il 30 ottobre 2007, contro gli Utah Jazz.

Golden State, Toronto, New Orleans, Chicago…

Dodici minuti in campo, sei punti, neanche a dirlo sono due tiri da tre. Faranno meglio ad imparare a conoscerlo il Beli, a capire che lasciargli la visuale libera dall’arco non è una grandissima idea. Ma nonostante una Summer League scintillante, l’adattamento è lento, al punto che all’inizio della stagione successiva per lui continua insistentemente a parlarsi di D-League. Poi però ci mette lo zampino il fato, che apre a Marco Belinelli le porte della vera NBA. Spazio in rosa per infortuni vari, starting five, e vai con i punti. Diciotto. Dieci. Bum, ventisette, contro gli Atlanta Hawks, che forse se lo segnano sul taccuino con un decennio di anticipo. Però niente, il Beli non riesce a rimanere troppo tempo in una franchigia. Se c’è una trade, le probabilità che ci vada di mezzo lui sono pari alla sua media da tre punti. Toronto, New Orleans, Chicago. Poi si accendono i riflettori.

…poi l’anello a San Antonio e altre trade, fino ad Atlanta

San Antonio, TX, dove (attendendo la meritata statua che un giorno dedicheranno a Coach Pop) da vedere ci sono solo due cose: l’Alamo e l’AT&T Center. E in una delle arene dei sogni, arriva tutto molto in fretta. Il record di punti, 32 contro i Knicks, in faccia al Mago. La gara del tiro da tre, davanti a un certo Steph Curry. La vittoria di Conference e poi, il giorno dei giorni, l’anello conteso e strappato agli Heat di King James. La vetta, il punto più alto, quello a cui punta ogni ragazzo con in mano una palla a spicchi. Ma la carriera di Marco Belinelli non termina certo il 15 giugno 2014. Continua, tra una trade e l’altra. Lo porta ai Kings, dove a suo dire trascorre la peggior stagione di sempre, poi di nuovo agli Hornets, che nel frattempo hanno cambiato a casa e ora sono a Charlotte, e infine ad Atlanta nella stagione appena iniziata. Un altro passo, l’ennesimo. Ma il globetrotter tricolore di questa NBA non se ne cura. E continua a giocare. Dieci anni sono tanti. Ma possono essere anche un attimo.