Redazione

È stata una bella storia quella tra l’Italia e la Norvegia. Da qualche parte lassù, nel cielo boreale, qualcuno giura ancora di vedere la sagoma del Norge, appunto, Norvegia, il dirigibile guidato da Umberto Nobile che nel 1926 per primo sorvolò il Polo Nord, lanciando in mare la bandiera tricolore e quella norvegese, dato che a capo della spedizione c’era il grande esploratore Roald Amundsen. Ma tutte le belle storie prima o poi hanno un finale, e non sempre è un happy ending. Nobile e Amundsen ben presto litigano e, metaforicamente parlando, tra Italia e Norvegia si crea una frattura. Frattura che difficilmente l’Italia riuscirà a ricomporre quest’anno, in cui sotto le nubi artiche si corre il Mondiale di Ciclismo. La Norvegia non è un paese per tutti e il circuito non è assolutamente adatto ai nostri.

Del resto, escludendo il buon Trentin, quattro vittorie di tappa alla Vuelta, la nostra squadra non ha il velocista in grado di imporsi su una concorrenza che si preannuncia spietata. E sarebbe bello non poter dare per scontato l’arrivo in gruppo, ma un circuito da 19 km con un’unica salita, ammesso che così si possa chiamare una cima posta a 172 metri di altezza, non fa certo ben sperare. Curve insidiose, il vento e il freddo come incognite da non sottovalutare, ma nel tratto finale alle squadre favorite basterà organizzarsi un po’ per sventare qualsiasi attacco da lontano. Che potrebbero arrivare soprattutto da parte di nazionali come la nostra, con poche chance in un arrivo in volata. Si potrebbe tentare di lanciare Viviani, che da esperto di inseguimento diventerebbe inseguito. Ma troppi team hanno interesse a presentarsi sul rettilineo conclusivo tutti compatti e il finale sembra già scritto. C’è da vedere però chi sarà il protagonista.

Peter Sagan punta al tris, e non potrebbe essere altrimenti. L’esclusione dal Tour brucia ancora e le corse in linea, questo si sa, sono il suo terreno di caccia preferito. Certo, la squadra slovacca è quel che è, sei atleti e una sola punta, ma il talento dell’iridato di Richmond e Doha non è in discussione. Il mantra di tutte le altre squadre è chiaro, occhio a Sagan, in ogni momento. E già questo dice molto. Con il terzo successo, Peto raggiungerebbe nell’Olimpo Alfredo Binda, Óscar Freire, Rik Van Steenbergen ed Eddy Merckx, ma a nessuno dei tre è mai riuscito il terno in edizioni consecutive. La storia del ciclismo guarda interessata a Sagan, esattamente come gli avversari.

Chi sono? Il Belgio, che fa una scelta degna delle Italie degli anni Novanta e si presenta al via con più o meno otto capitani su nove partenti. Ma la saggezza popolare insegna, troppi galli in un pollaio non fanno una brutta fine e ci sarà da vedere se e quanto la collaborazione nel team funzionerà. Le punte di diamante restano comunque Gilbert, già campione nel 2012 nei Paesi Bassi, e il campione olimpico Van Avermaet, trionfatore a Londra nel giorno della rovinosa caduta di Vincenzo Nibali. Chi, come la Slovacchia, punta invece forte su un solo ciclista è la Polonia di Kwiatkowski, iridato 2014, l’ultimo mondiale prima dell’era Sagan. Kwiatek potrebbe terminare l’anno in bellezza, dopo averlo iniziato con il trionfo alla Milano-Sanremo. Per gli altri poche possibilità. C’è chi punta sul supporto del pubblico di casa, come il norvegese Hagen, uomo più da scatto che da volata, che vuole confermarsi degno erede del grande Thor Hushovd, campione del mondo 2010. E poi tutto il resto del gruppo, che sa benissimo di non avere chance, ma che spera di beccare la giornata giusta e sorprendere il mondo, come fece il buon Vainšteins nel 2000. Ed è anche giusto così. Mai smettere di sognare e di pedalare. Un giorno, tutta quella fatica potrebbe essere ripagata.