Francesco Cavallini

Non c’è due senza…re. Anzi, imperatore, perchè dal momento in cui ha passato per primo il traguardo sotto il cielo di Bergen un istante prima del padrone di casa Kristoff, nessuno nella centenaria storia del ciclismo è più paragonabile a Peter Sagan. Il padrone delle due ruote non arriva dalle nazioni tradizionalmente cresciute su una sella, dal Belgio dei pavè, dalla Francia delle catene montuose o dall’Italia di Coppi e Bartali. No, viene dalla Slovacchia e da giovane altro che rapporti, scatti e volate: lui preferiva le mountain bike.

Lo guardi in faccia e ti chiedi come uno con quel viso così simpatico e quel sorriso contagioso possa essere soprannominato Terminator. Poi dai un’occhiata all’albo d’oro dei Mondiali di ciclismo e ci trovi il suo nome. Una volta. Due. Tre. Consecutive. Roba mai vista, neanche ai tempi dei campionissimi del passato. Richmond, Doha, Bergen. Rispettivamente scatto a due km dalla fine, volata stravinta e arrivo al photofinish, tanto per non farsi mancare nulla. Non avrà lo sguardo duro di Eddy Merckx o l’aura leggendaria di Alfredo Binda, ma ora nella leggenda ci sono anche i suoi capelli lunghi, quest’anno sostituiti da un taglio forse più aerodinamico ma meno caratteristico.

Piace Sagan, anche a chi di ciclismo capisce poco. Perchè è naturale, simpatico, guascone. A volte anche troppo, come quando un pizzicotto a una miss sul podio del Giro delle Fiandre gli è costato parecchie critiche. No, non ne è immune, nonostante la sua importanza per un mondo come quello delle due ruote, sempre alla ricerca di un eroe capace di combattere l’ombra lunga del doping che si staglia di continuo su questo sport. Si è preso i suoi insulti e anche le sue squalifiche, come quella all’ultimo Tour de France per una gomitata a Mark Cavendish.

Ma Sagan è quel che è, o lo si ama o lo si odia. E non sembrano esserci dubbi al riguardo, dato l’affetto del pubblico per questo campione poco altezzoso e molto compagnone. A cui piace scherzare, ma che quando arrivano i due chilometri finali non guarda in faccia nessuno, nel bene e nel male (per informazioni chiedere per l’appunto a Cavendish). In gruppo non lo noti quasi mai, se non per quella maglia iridata che ormai è diventata sua per usucapione, ma che nella prova mondiale non può indossare. Eppure quando la distanza dal traguardo diminuisce, i giri aumentano. Vorticosamente. E nessuno riesce a stargli dietro.

Neanche se, come a Bergen, parte da dietro, molto dietro. Dall’ottantesima posizione, che in un gruppo di circa duecento corridori è un po’ come scattare dalla settima fila in un gran premio di Formula 1. Ma quando hai il motore migliore importa poco e, pedalata dopo pedalata, si avvicina sempre più la linea, mentre gli altri sembrano andare al rallentatore. Niente esultanze smodate, niente salti di gioia, perchè stavolta il rischio di non vincere c’è stato. E perchè anche Sagan, il ragazzaccio terribile, sta maturando.

Aspetta un figlio, ha ventisette anni, che per un ciclista sono pochi, ma che ti rendono ormai uomo. È finita l’epoca delle impennate al Tour, delle interviste esilaranti, dei capelli ricci lasciati liberi al vento. O forse no, perchè l’eterno bambino che c’è nello slovacco è difficile mandarlo a dormire. Tre Mondiali sono già leggenda, ma un altro lo catapulterebbe nel mito. Difficile riuscirci l’anno prossimo a Innsbruck, quella è roba da scalatori. In Slovacchia c’è il Monte Kriváň, ma chi si allena sulle Alpi avrà una marcia in più. O forse no. Forse Terminator preparerà alla perfezione anche quella gara e tra un sorriso ed un cenno d’intesa si ripresenterà nei due chilometri finali per dare battaglia. Chissà cosa avrà fatto ai capelli, se indosserà qualcosa per celebrare la paternità o se si inventerà qualcuna delle sue simpatiche routine. Possiamo solo supporre, perchè con Peter Sagan, nulla è certo. O quasi. L’albo d’oro parla da sè.