Francesco Cavallini

A volte il destino sa essere davvero crudele. Sa calcolare con fredda precisione e incastrare eventi e storie diverse in un solo attimo. Il 23 ottobre 2011 non ha fatto eccezione. Secondo giro del GP di Malesia, classe MotoGP. Marco Simoncelli perde aderenza e cade. Colin Edwards e Valentino Rossi sono al punto sbagliato nel momento più sbagliato possibile. E si spegne la luce, Sic non c’è più. Ventiquattro anni, abbastanza tempo per prendere il mondo tra le sue mani e farlo sorridere, innamorare. E poi un secondo, quello che basta per cambiare tutto. E che fa pensare. Cosa sarebbe successo se…

Sic, passione e istinto

Se Sic, ad esempio, avesse mollato la presa della sua Honda. Che è esattamente quel che Marco non fa, incrociando la traiettoria di chi lo segue. Lo avevano criticato. Questo Simoncelli cade troppo, ed in maniera scomposta. È un pericolo per se stesso e per gli altri. Vagli a spiegare che era semplicemente il suo modo di essere, di vivere le corse con l’istinto più che con la ragione. E in questo caso l’istinto gli consiglia di cercare di riprendere la moto, invece di cappottarsi rovinosamente, ma lontano dalle traiettorie altrui. E oggi staremmo magari raccontando un’altra storia.

Una crescita esponenziale

Che forse non si sarebbe conclusa come tutti sognavamo, con un titolo mondiale MotoGP, ma è un’opportunità non da escludere. Simoncelli era istinto, ma anche testa. Imparava. Da ogni giro, da ogni caduta, da ogni singolo errore. E cresceva, anno dopo anno, inesorabilmente. Dalla 125 alla 250, con un titolo sognato e ottenuto nel 2008 con volontà ferrea e con un finale di campionato da stropicciarsi gli occhi. Una crescita che il passaggio alla MotoGP non aveva interrotto, nonostante confrontarsi con i grandi potesse sembrare impossibile. Ottavo posto nel Mondiale, poi una stagione iniziata male, ma che volgeva al sereno. Il primo podio, a Brno. La seconda piazza a Melbourne. Mancava poco. E non ci sarebbe voluto molto se…

Simoncelli e Rossi, amici, quasi fratelli

No, non ci sarebbe voluto molto. Perchè il talento di Sic sarebbe stato premiato da una delle grandi scuderie. E magari lo avremmo visto in squadra con Valentino. Amici, quasi fratelli. Le lacrime del Dottore sono la testimonianza di un affetto profondo e di una stima sportiva che avrebbe potuto regalare duelli da sogno al motociclismo mondiale. Anche sulla stessa moto si sarebbero presi comunque a sportellate, perchè Sic era fatto così, sulla pista non guardava in faccia nessuno, e anche Vale non gliele avrebbe mandate certo a dire. Ma dopo la bandiera si sarebbero abbracciati, presi in giro, celebrando la vita e la passione per la velocità.

E avremmo sorriso anche noi, assieme a quella luce che il destino ha provato a spegnere in un giorno di ottobre, ma che non smetterà mai, neanche per un secondo, di illuminare la memoria di chi ha conosciuto ed amato Marco Simoncelli.