Redazione

Finale a senso unico. Almeno questo è quello che pensano un po’ tutti. Persino le agenzie di scommesse, che regalano a Rafa Nadal la non irresistibile quota di 1,15, roba da primo turno contro qualcuno proveniente dalle qualificazioni. E probabilmente sarebbe stata anche più bassa, se non fosse che in fondo in fondo stiamo pur sempre parlando della finale di uno Slam. L’atto conclusivo degli US Open mette di fronte lo spagnolo, tornato numero uno del mondo, e Kevin Anderson, così sconosciuto e con un nome così comune che anche Wikipedia è costretta a specificare. Tennista.

Nadal arriva da favorito di un tabellone non irresistibile

Tennista vero, che arriva in finale sfruttando il tabellone di un torneo in cui i favoriti (tranne Nadal) sono pian piano caduti nelle trappole di fine stagione, quando la stanchezza fa più danni di un servizio ben piazzato. Ma non per questo lo spagnolo può permettersi di sottovalutare il sudafricano. Il cemento livella, soprattutto quando si ha a disposizione un servizio potente come quello di Anderson. Certo, facile sparare a più di duecento all’ora partendo da due metri. Anzi, due metri e due centimetri, che lo rendono il tennista più alto di sempre a prendere parte alla finale di uno Slam.

Slam che, a essere onesti, quest’anno di prestigioso ha solo il nome. Delle prime sedici teste di serie, solo Nadal e Carreño Busta, rispettivamente numero 1 e 12 del seed, sono arrivati alle semifinali. Persino King Roger Federer si è dovuto arrendere ai quarti di finale, contro un Del Potro in forma mondiale. Forma che però non è bastata all’argentino per contrastare un Nadal costante e sereno, che guarda tutti dall’alto in basso dopo tre anni e che pregusta già la doppietta nei tornei che contano, dopo l’ormai classica passeggiata estiva sulla terra di Parigi.

E se Anderson non fosse la vittima sacrificale che ci si attende?

Occhio però. E non è la classica precisazione che racconta che ogni partita fa storia a se, che non si può mai dare nulla per scontato. La retorica meglio lasciarla fuori quando ci sono dei fatti da sviscerare. E i fatti dicono che il cemento è infido, anche per chi dell’avversario è nettamente più forte. Che i tennisti che fanno della potenza la loro arma migliore sono avvantaggiati, anche contro una macchina da risposte valide come Nadal. Che le dimensioni contano, così come la forza messa nei colpi, quando il rimbalzo non perde un minimo di velocità.

Nell’eterna sfida tra super favorito e underdog inaspettato, Anderson è ovviamente Davide, ma è anche un po’ Golia. Mastodontico, coadiuvato da un fisico che non sfigurerebbe agli europei di basket. Dotato di un servizio al fulmicotone, che parte in altura e si schianta sul terreno come un falco in picchiata. Ma che non disdegna affatto lo scambio prolungato, l’arma segreta del suo avversario. Inutile aspettarsi un match spettacolare, in questi casi di solito vince chi sbaglia di meno. E Anderson sbaglia di rado, per informazioni chiedere al nostro Lorenzi, eliminato dal colosso agli ottavi. Niente colpi mozzafiato, bordate secche e precise. Un gioco da Golia, più che da Davide.

I ruoli si mischiano e Nadal, da favorito, ha tutto da perdere. Non si presenterà certo con la fionda e qualche pietra a sfidare il gigante sudafricano, ma dovrà fare attenzione. La possibilità è ghiotta, il titolo numero 16 è alla sua portata. C’è da vendicare la sconfitta di Melbourne contro Federer, che ha comunque dimostrato che la superficie dura non è più così indigesta al maiorchino come era sembrato nelle ultime edizioni. Dunque, che vinca il migliore. E speriamo che il match non sia a senso unico come ci si aspetta.