Paolo Valenti

Senza storia la finale del Roland Garros 2017, nella quale Rafa Nadal mette la firma su un nuovo capitolo di Storia del tennis. E’ sufficiente sfoggiare qualche numero per aver contezza dell’impresa dello spagnolo: decima affermazione a Parigi, terza senza lasciare nemmeno un set agli avversari dopo le edizioni del 2008  e del 2010; settantatreesima vittoria sulla terra rossa e, soprattutto, quindicesima affermazione in un torneo del Grande Slam, che lo posiziona al secondo posto nella classifica all times in condominio con un altro gigante del tennis moderno, Pete Sampras, e alle spalle di Federer, in testa con diciotto vittorie. Numeri che sembrano usciti da una mano vincente alle slot machine di Las Vegas. E comunque non sufficienti a definire il dominio assoluto di Nadal nel torneo parigino che, dal 2005 ad oggi, lo ha visto vincere 79 delle 81 partite giocate. Una supremazia che soltanto Robin Soderling nel 2009 e Nole Djokovic nel 2015 sono riusciti a scalfire. 

Prima dell’inizio del match solo la cabala poteva in qualche modo mettere in dubbio il pronostico finale, quotato 1,19 dai bookmaker. Wawrinka, fino ad oggi, aveva infatti vinto le tre finali dello Slam che era riuscito a giocare, battendo proprio Nadal nel 2014 agli Australian Open e Djokovic nel 2015 a Parigi e lo scorso anno agli US Open.  Oggi la superiorità in campo di Rafael è stata schiacciante: sostenuto da una forma fisica di cui non godeva da tempo, fondamentale per il suo gioco, ha letteralmente bombardato l’avversario con colpi potenti e precisi, disegnando il campo con traccianti incrociati e passanti in prossimità delle righe che hanno tolto qualsiasi illusione a Wawrinka, i cui tentativi di ribaltare l’andamento del match nel terzo set sono parsi più vagiti neonatali che reazioni agonistiche con reali possibilità di successo. Difficile, in queste condizioni di forma, riuscire a porre un argine, seppure momentaneo, al tennis dilagante di Nadal, che aveva già raggiunto la decima affermazione poche settimane fa sia a Monte Carlo che a Barcellona. La sconfitta nei quarti a Roma con Thiem, col senno di poi, è servita più da stimolo per non inciampare al Roland Garros che come campanello di allarme per un passaggio di testimone che, infortuni a parte, sembra un fuori programma per molte stagioni ancora.

La vittoria di oggi sospinge al secondo posto dell’ATP uno sportivo che, a trentuno anni, ha ancora voglia di divorare la polvere come quando, ancora diciannovenne, nel 2005 raccolse la sua prima vittoria a ridosso dei Campi Elisi. Un campione vero, di quelli che non annoiano mai perché capaci, nonostante gli agguati del logorio fisico e dell’incedere del tempo, di comunicare al pubblico l’elisir di lunga vita che ne orienta le giornate: la passione per il gioco.