Francesco Cavallini

Il fisico conta, ma la testa è fondamentale. È un assioma classico, facilmente applicabile in tutti gli sport, individuali e di squadra. Ma forse in nessun caso è vero al 100% come nel tennis. Boris Becker, non uno qualsiasi, ne è convinto. Non puoi dimenticare di colpo come servire, o come si fa un rovescio. Verissimo, ma succede che improvvisamente i passanti non trovino più la linea, ma il fondo del campo. Che le volée si fermino troppo spesso sulla rete. Che la battuta, una volta al fulmicotone, sia così lenta da trasformarsi in un prezioso assist all’avversario. E allora sì, è per forza un problema di testa. Perchè il giocatore corre come e più di prima, la potenza dei colpi è la stessa. Ma manca l’intensità di gioco, la capacità di concentrazione. Anche questo Boris Becker lo sa. Lo vede negli occhi del ragazzo che ha allenato fino allo scorso dicembre. Da quella rottura, o forse da prima, parte il calvario dell’ex numero uno del mondo. Inizia l’anno da dimenticare di Novak Djokovic.

Ogni fine (che noi tutti speriamo essere comunque una pausa, più che un vero e proprio finale) ha un inizio. È semplice e riduttivo segnalare l’addio, apparentemente consensuale, con Becker come il punto di svolta. Ma forse è necessario fare un ulteriore passo indietro, arrivare a quello che forse è il momento più alto della splendida carriera di Nole. Il 5 giugno 2016 sulla terra rossa di Parigi Djokovic alza per la prima volta in carriera la Coppa dei Moschettieri, aggiudicandosi il Roland Garros. Non solo. Con la vittoria su Murray, Nole raggiunge Fred PerryDon BudgeRod Laver, Roy EmersonAndre AgassiRoger FedererRafael Nadal nell’esclusivissimo club del Career Grand Slam, i tennisti capaci di vincere almeno una volta tutti e quattro i più importanti tornei del circuito. E non è ancora tutto. Per il serbo arriva anche il Piccolo Slam, dato che con il trionfo in Francia diventa detentore di tutti e quattro i titoli contemporaneamente, pur non avendoli conquistati nello stesso anno solare. È la vittoria della determinazione, dell’impegno, dell’abnegazione di un ragazzo che in più di dieci anni di carriera ha fatto del non mollare mai il proprio credo tennistico.

Novak Djokovic festeggia la vittoria nelle ATP Finals 2015

Ma poi, d’improvviso, la luce si spegne. A prima vista potrebbe sembrare una lampadina fulminata, ma in realtà è un lungo blackout, che sembra lungi dall’essere risolto. Le prime avvisaglie arrivano a Wimbledon e a Rio de Janeiro. Gli US Open sembrano tranquillizzare i tifosi, ma la sconfitta in finale è dura da digerire. Poi Shangai, Parigi e le Finals dei Master. Una delusione dopo l’altra. Assieme a Boris Becker se ne va anche il numero uno nella classifica ATP. Sul trono arriva quell’Andy Murray che ha saputo capitalizzare meglio degli altri il mezzo annus horribilis di Nole. Inizia il 2017, con la rinascita dei grandi vecchi, Federer e Nadal. Ma di Djokovic non c’è traccia. Vince a Doha, ma quasi per inerzia. Che ci sia qualcosa che non va diventa chiaro a Melbourne, quando Denis Istomin sconvolge il mondo eliminando il detentore degli Australian Open al secondo turno. Poi altre sconfitte, altre amarezze. Certo, ci sono i problemi al gomito che Nole si porta appresso da metà 2016. Ma non sono abbastanza a giustificare questa implosione di uno dei più grandi talenti degli ultimi vent’anni di tennis.

E allora è chiaro, tutti gli indizi portano alla testa. Il Djokovic degli ultimi mesi appare apatico, svogliato, quasi avulso dai match che disputa. Manca totalmente la sua tipica determinazione, che il serbo è sempre stato capace di mettere in ogni singolo scambio. Il perchè è ancora da stabilire, probabile che Nole stesso se lo stia ancora chiedendo. C’è chi vocifera di una crisi coniugale. Spiegherebbe molto, dato che tra i motivi della separazione con il suo vecchio coach c’era la volontà del tennista di allenarsi di meno e passare più tempo con la propria famiglia. Ma probabilmente c’è un qualcosa di più profondo. Non necessariamente più grave, ma che di certo influisce molto nel gioco di Djokovic. Non sarebbe il primo a mollare di colpo dopo aver raggiunto l’apice. A crollare all’improvviso dopo aver speso tutto quello che aveva per entrare nella storia. È naturale, c’è bisogno di trovare nuovi stimoli e nuove motivazioni, come stanno facendo Roger e Rafa.

Novak Djokovic agli Internazionali d’Italia 2016

E di questa mancanza di stimoli ne approfittano gli altri ragazzi del circuito. Posto che battere Nole non è più il miracolo di qualche anno fa, resta comunque uno scalpo molto appetibile per chi vuole farsi un nome nel mondo del tennis. E quindi chiunque lo incrocia dà il 150%, non solo perchè sa che ha tutti gli occhi addosso, ma anche e soprattutto perchè è consapevole che è il momento giusto per sperare di sconfiggere il gigante serbo. Chi gioca contro Djokovic lo fa sfruttando le lacune che sono emerse nell’ultimo anno, cercando di allungare a dismisura gli scambi. Una volta era autoregalarsi una sentenza, come sfidare Zatopek ad una gara di fondo. Ora è un’occasione di fiaccare la già tenue resistenza dell’ex numero uno al mondo.

Difficile dire se e quando questa crisi avrà fine. Questo 2017 ci insegna che dare qualcuno per finito è un errore, ma sta in primis a Nole ricominciare a credere in se stesso. In fondo non ha neanche trent’anni, che festeggerà a maggio. È un ragazzo molto emotivo ed una vittoria importante potrebbe rilanciarlo, mentre le continue sconfitte non fanno altro che peggiorare il suo umore e, di conseguenza, il suo rendimento. La speranza comunque è quella di rivederlo presto ai livelli di un anno fa, magari sfidando Federer e Nadal per il trono di Londra e Parigi. Sarebbe triste pensare che la stella del serbo possa essersi spenta di colpo come una supernova, dopo essersi ampliata fino ai limiti del possibile. Il tennis ha bisogno di Djokovic. E Djokovic ha bisogno del tennis. Certe storie, del resto, non finiscono. Fanno dei giri immensi, ma poi, inevitabilmente, ritornano.