Ignazio Castellucci

Il Tribunale Arbitrale Sportivo di Losanna ha accolto, in tutto o in parte, i ricorsi di 39 dei 43 atleti russi coinvolti nello scandalo del doping alle olimpiadi invernali di Sochi del 2014 e per questo sanzionati, in prima battuta, con la revoca delle medaglie vinte a Sochi e la squalifica a vita da ogni competizione olimpica. Il dispositivo della decisione è stato reso pubblico ieri in un comunicato stampa dello stesso TAS; le motivazioni delle decisioni saranno pubblicate in forma estesa successivamente.

La decisione è stata prodotta unitariamente a seguito della trattazione congiunta dei 39 ricorsi individuali dei singoli atleti, dopo l’udienza tenutasi a Losannna dal 22 al 27 gennaio scorsi, da un collegio (parzialmente diverso per alcuni dei ricorsi) presieduto dal tedesco Christoph Vedder – professore di diritto pubblico, europeo e di diritto sportivo nell’Università di Augsburg (Augusta) – e giunge molto opportunamente e molto tempestivamente a pochi giorni dall’inizio dei Giochi di Pyeongchang.

Per i russi riabilitazione completa e riammissione a Pyeongchang

Ventotto dei ricorrenti sono stati totalmente assolti, sia pur con la formula dell’insufficienza di prove, con piena riabilitazione sportiva, con la conferma delle medaglie vinte a Sochi e soprattutto con la possibilità di riammissione ai Giochi invernali di Pyongchang che inizieranno il prossimo 9 febbraio. Altri 11 atleti hanno ottenuto l’accoglimento solo parziale dei loro ricorsi, vedendosi confermare l’accertamento della violazione delle regole antidoping ma con la riduzione della squalifica dalle competizioni olimpiche, non più a vita ma limitata ai soli Giochi di Pyeongchang. Per altri tre ricorrenti il TAS ha rinviato la trattazione del ricorso a dopo i Giochi, mentre uno degli atleti coinvolti nello scandalo non avea proposto ricorso avverso le sanzioni ricevute.

Il Governo russo in un comunicato ufficiale ha espresso soddisfazione per i suoi atleti, dichiarando che “la giustizia ha trionfato”; gli atleti assolti gareggeranno a Pyeongchang a titolo personale e sotto la bandiera olimpica – rimanendo però confermata l’esclusione della Russia, le cui responsabilità a livello governativo nello scandalo del doping paiono confermate e comunque non erano oggetto dei ricorsi, proposti individualmente e quindi limitati alle posizioni personali di ciascun atleta – come il TAS si è premurato di chiarire esplicitamente nel dispositivo attraverso cui la giustizia ha trionfato.

Insomma, la Russia ha ufficialmente una federazione di cattivoni, ma i singoli atleti, “a titolo personale” sono quasi tutti degni di partecipare ai Giochi. Nessuno nota come a questo punto, a rigore, dovrebbero essere i pochi colpevoli a essere “cattivi” a titolo personale. E invece no: Russia cattiva e organizzatrice di doping di stato, ma atleti olimpici russi “buoni” e “puliti”.

Ci rallegriamo con gli atleti assolti e riabilitati, ovviamente; ma notiamo l’incongruenza. Il Comitato olimpico russo a questo punto potrebbe senz’altro, a rigore, perseguire la sua riabilitazione istituzionale. Non lo farà probabilmente, rimanendo distante dalla vicenda sportiva per evitare di riaccendere i riflettori su vicende poco certamente chiare, sempre denegate e comunque ormai lontane nel tempo – avendo comunque ottenuto la riabilitazione di molti atleti e quindi in un certo senso potendo ormai sostenere, ragionevolmente e a costo zero, di aver avuto ragione fin dall’inizio. Un equilibrio soddisfacente è stato raggiunto tra tutte le parti di questa vicenda.

Le bandiere di Pyeongchang

Di fatto, la presenza degli atleti russi ai Giochi sarà di nuovo importante e visibile, e questo è ciò che conta, a prescindere dal fatto che gareggeranno con il vessillo con i cinque cerchi anziché sotto la bandiera della Grande Madre Russia. In questi prossimi Giochi vedremo dunque la bandiera olimpica per gli atleti russi, e quella coreana della Riunificazione per gli atleti coreani del Nord e del Sud.

A partire dai Giochi estivi di Mosca del 1980, la bandiera olimpica a permesso la partecipazione a titolo individuale ai Giochi di atleti appartenenti a federazioni escluse per sanzioni sportive (è il caso della Russia per le violazioni della normativa antidoping commese ai Giochi di Sochi) o politiche (è il caso della Yugoslavia, già al tempo ridotta ai soli Serbia e Montenegro, esclusa per le sanzioni politiche internazionali dai Giochi estivi del 1992), o auto-escluse per boicottaggi dei Giochi dovuti a ragioni politiche (è il caso i molti atleti occidentali che nel 1980 a titolo personale hanno partecipato ai Giochi estivi di Mosca).

In altri casi la bandiera olimpica ha segnalato la partecipazione di team di nazioni non ancora o non più dotate di un Comitato Olimpico: da Timor Est (Olimpiadi estive del 2000) alla Macedonia (estive 1992), agli atleti dei paesi risultanti dalla dissoluzione delle ex Antille Olandesi e al Sud Sudan (estive 2012). Oppure a causa della sospensione del loro Comitato nazionale per sanzioni sportive, come nel caso del Kuwait (Giochi giovanili e Asian Games del 2010, e poi ancora ai Giochi estivi del 2016), dell’India (Sochi 2014), i cui Comitati nazionali furono al tempo sospesi per le interferenze sofferte dai rispettivi governi; e ancora della Russia (estivi 2016) in relazione a vicende di doping. La bandiera olimpica ha anche caratterizzato la partecipazione ai Giochi estivi del 2016 di un team di rifugiati politici.

La politica internazionale spesso si intreccia con gli eventi sportivi importanti, e in alcuni casi anche con la giustizia sportiva; e si creano a volte fenomeni di sfasamento tra la realtà politica e quella sportiva, e tra forma e sostanza in quest’ultimo ambito. Uno dei risultati spesso più visibili è un certo numero di atleti che gareggiano alle Olimpiadi sotto bandiere diverse da quella del Paese di cui sono cittadini. Il valore simbolico di queste discrasie – a volte volute, a volte subìte dagli atleti e paesi interessati – è sempre rilevante.