Redazione

di Luca Covino

Per la prima volta nella storia dei giochi una squadra composta da soli rifugiati parteciperà alle Olimpiadi. Il 5 agosto inizieranno ufficialmente le competizioni di Rio 2016 e saranno cinque velocisti del Sud Sudan, due nuotatori siriani, due judoka del Congo e un maratoneta etiope a rappresentare nello sport i rifugiati di tutto il mondo. La scelta del Cio, il Comitato olimpico internazionale, è stata presa per sensibilizzare l’attenzione mondiale sulla questione dei migranti, uno dei più gravi fenomeni che la società vive dal secondo dopoguerra.

IL RUOLO DELL’ONU
Il team olimpico dei rifugiati sfilerà nella cerimonia di apertura prima dei padroni di casa del Brasile e sfoggerà i cinque cerchi olimpici come simbolo sulle loro bandiere. «La loro partecipazione è un messaggio di speranza e omaggio a tutti i migranti – ha dichiarato il presidente del Cio Thomas Bach durante la presentazione ufficiale del team lo scorso giugno – L’iniziativa – continua Bach – è senza precedenti e vuole essere un segnale di sostengo per i rifugiati di tutto il mondo che sono costretti ad abbandonare la propria casa per via di conflitti e persecuzioni». Dal 2014 la popolazione di rifugiati, sfollati e richiedenti asilo nel mondo si attesta intorno ai 59,5 milioni di persone ed è in costante aumento. «I migranti rappresentano un’ispirazione – ha commentato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati – la loro partecipazione alle Olimpiadi è un omaggio al coraggio e alla perseveranza di tutti i rifugiati nel superare le avversità per costruire un futuro migliore per se stessi e le loro famiglie».

L’annuncio della squadra è avvenuto lo scorso giugno in concomitanza con la campagna dell’Unhcr “#WithRefugees” ed è stato parte integrante del progetto che ha permesso a questi atleti di partecipare a Rio 2016. Il progetto è di larga scala e prevede il lavoro dell’Onu nel chiedere ai governi, attraverso petizioni, di garantire a ogni bambino rifugiato istruzione, casa e lavoro. La petizione sarà consegnata il prossimo 19 settembre a New York presso il palazzo di vetro, sede delle Nazioni Uniti.

CONTRO LE ONDE DEL CONFLITTO, LA STORIA DI YUSRA MARDINI
Il nuoto è uno sport particolare, o lo ami o lo odi, ma quando si trasforma in unica mezzo di sopravvivenza il discorso cambia e torna direttamente alla sua funzione originaria: portare un essere umano da una parte all’altra.  Yusra Mardini, nuotatrice di 18 anni, è fuggita con la famiglia dalla Siria della guerra civile e la sua è forse la storia più drammatica tra gli atleti del team olimpico dei rifugiati. Il nuoto, in questo senso, è stata la sua vera e propria ancora di salvezza quando è fuggita da Damasco assieme ai suoi familiari.

Yusra Mardini (Ph. Official IOC Media Flickr)

Yusra Mardini (Ph. Official IOC Media Flickr)

Raggiunte le coste turche, Yusra ha intrapreso un viaggio via mare su un gommone nel tentativo di raggiungere l’isola greca di Lesbo. Ma il mezzo poteva trasportare solo sette persone e a metà tragitto incominciò a imbarcare acqua. Yusra e sua sorella salvarono a nuoto 20 persone che si trovavano con loro e raggiunsero le coste di Lesbo. Per farlo, la giovane ragazza ha nuotato 5 chilometri per poi attraversare a piedi Macedonia, Serbie e Ungheria prima di arrivare in Austria e in Germania, dove vive con i suoi familiari. «Voglio dimostrare a tutti che dopo il dolore,  dopo la tempesta, arrivano giorni miglior» ha dichiarato Yusra, che gareggerà nei 200 stile libero. Insieme a lei, a rappresentare i rifugiati nel cloro c’è anche Rammi Anis, un altro giovane nuotatore siriano. Rami ha 25 anni ed è fuggito dalla Siria in Turchia per poi trasferirsi in Belgio quando ne aveva quattordici. A Rio 2016 gareggerà nei 100 metri farfalla, la sua specialità: «Sono fiero di far parte di questa squadra – ha dichiarato Rami – la piscina è diventata la mia casa».

DALLA VITA AL TATAMI IL VERBO E’ COMBATTERE
Le storie degli atleti che comporranno il team olimpico dei rifugiati sono contraddistinte da enormi difficoltà e dolore. Tra di loro c’è chi ha combattuto nella vita come sul tatami. People Mesenga, judoka 23enne, è fuggito dal Congo ed è attualmente residente proprio a Rio, in una favela. Come lui anche Yolande Mabike, judoka di 28 anni, è originaria della Repubblica Democratica del Congo, e come People vive a Rio. Qui è riuscita a entrare nella palestra di Flavio Canto, combattente brasiliano di jiu-jitsu e judo già medaglia di bronzo ad Atene 2004, che gli ha permesso di partecipare ai mondiali di judo del 2013 . Yolanda è scoppiata in lacrime all’annuncio dell’ammissione della squadra a Rio 2016, la sua storia umana e sportiva è stata una vera e propria odissea.

Yolanda e People. (Fonte: NYT)

Yolanda Mabike e People Mesenga. (Fonte: NYT)

Durante il conflitto nell’est del paese africano, Yolanda era ancora una bambina e fu strappata dai suoi genitori. «Il judo non mi ha mai dato soldi, ma un cuore forte – ha dichiarato – Ho scelto di praticare il judo per avere una vita migliore. Spero – conclude – che la mia storia possa essere d’esempio per tutti e per la mia famiglia, che spero un giorno di rincontrare». Grazie all’istituto Reação, i due judoka si allenano ogni giorno sotto la guida di Geraldo Bernarede, ex ct della selezione brasiliana di Judo.

CORRERE PER FUGGIRE, CORRERE PER VIVERE
I podisti rifugiati. 
A rappresentare i rifugiati nelle gare podistiche ben cinque atleti del Sud Sudan, la “nazione più giovane del mondo”, teatro dal 2013 dal sanguinoso scontro politico-etnico tra le forze governative di etnia dinka del presidente Kiir e quelle fedeli all’ex vicepresidente Machar di etnia nuer. Tra loro Yiech Purbiel, 21 anni, fuggito dal suo paese nel 2005, che ha dichiarato come «Con l’educazione e la corsa si puo’ cambiare il mondo». Attualmente, il giovane atleta vive in un campo kenyota di Kakuma insieme al 28enne connazionale James Nyang Chiengjier: gareggeranno rispettivamente nei 200 e nei 400 metri piani. Con loro anche Rose Nathike Lokonyen, Paulo Arotun Lokoro e Anjelina Nadai Lohalita gareggeranno nei 1500 metri.

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Anjelina Nadai Lohalith (Ph. Rio2016.com)

Angelina è fuggita a 6 anni dal paese natìo e da allora non vede né sente i suoi genitori. «Sono fuggita dal mio villaggio, lì era tutto distrutto – ha raccontato la giovane atleta 21enne – «Se otterrò delle cifre per le mie gare la prima cosa che farò è costruire una casa per mio padre». Oltre ai sud sudanesi anche l’etiope Yonas Kinde darà prova della tradizione africana nella corsa gareggiando nella gara più importante delle Olimpiadi, la maratona.