Adriano Stabile

È un rapporto in cui le delusioni prevalgono sull’amore, quello tra Roma e le Olimpiadi. La Città Eterna sembra pagare una sorta di maledizione nata con il primo traumatico approccio ai Giochi: designata il 22 giugno 1904 come sede delle quarte Olimpiadi moderne in programma quattro anni più tardi, Roma rinunciò clamorosamente a metà strada. Dopo tante difficoltà economiche con cui si era scontrato il comitato organizzatore, fu la devastante eruzione del Vesuvio dell’aprile 1906 a far precipitare la situazione: a fronte di quel disastro, l’Italia non era più in grado di sostenere la spesa necessaria all’organizzazione dei Giochi olimpici del 1908, che finirono per disputarsi a Londra. In realtà, come oggi, quella candidatura, nonostante l’appoggio del barone De Coubertin, non era mai piaciuta a una fetta importante della politica, peraltro con motivazioni condivisibili legate alla congiuntura economica.

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Luca di Montezemolo, capo del Comitato per Roma 2024

ROMA E LE OLIMPIADI, UN MATRIMONIO DIFFICILE

Non mancarono i rimpianti perché, sulla carta, gli organizzatori delle Olimpiadi di Roma 1908 avevano le idee chiare su alcuni suggestivi campi di gara: la cerimonia d’apertura si sarebbe celebrata in Campidoglio, l’atletica era stata programmata a piazza di Siena, gli incontri di pugilato, scherma e lotta alle Terme di Caracalla, la maratona ai Fori Imperiali, nuoto e canottaggio sul Tevere tra Ponte Milvio e Ponte Margherita.

Dopo la Prima Guerra Mondiale Roma ci riprovò, candidandosi per le Olimpiadi del 1924. Il presidente del Cio De Coubertin, stavolta, appoggiò fortemente la candidatura della “sua” Parigi che, pur essendosi presentata in ritardo rispetto alla Città Eterna, sbaragliò la concorrenza agguerrita anche di Amsterdam, Barcellona, Los Angeles e Praga. Il flop olimpico romano non mancò di avere conseguenze, con polemiche politiche che coinvolsero anche il capo del Coni, l’ex calciatore Carlo Montù, ritenuto colpevole del fallimento della candidatura.

MUSSOLINI CI PROVÒ TRE VOLTE
Durante il fascismo Roma tornò alla carica tre volte, in vista dei Giochi del 1936, del 1940 e del 1944. Nella prima occasione la Città Eterna dovette competere con una sovrabbondanza di candidature: Berlino, Alessandria d’Egitto, Barcellona, Budapest, Buenos Aires, Rio de Janeiro, Losanna, Colonia, Dublino, Francoforte sul Meno, Helsinki e Norimberga. In vista della decisione finale, prevista per maggio del 1931, fioccarono i forfait, tra cui quello di Roma. Alla fine Berlino, sull’orlo del nazismo, ebbe la meglio su Barcellona, a due passi della guerra civile spagnola. Proprio a Berlino, il 31 luglio 1936 alla vigilia dell’apertura degli XI Giochi, Tokyo superò Helsinki per l’assegnazione delle Olimpiadi 1940, cui aveva tentato di candidarsi anche Roma, senza grandi speranze. Per i Giochi del 1944 Benito Mussolini, sognando di ripetere i fasti berlinesi di Hitler nel ’36, propose un lavoro decisamente migliore ma, nel giugno del 1939, Roma cedette il passo a Londra per 20 voti e 11. Quei Giochi però, come quelli del 1940, non furono mai disputati a causa della Seconda Guerra Mondiale.

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Lo Stadio Olimpico a Roma ’60 (foto Olympic.org)

LE OLIMPIADI 1960, FESTA E DEBITI
Grazie alle candidature per il 1940 e il ’44 Roma iniziò a credere veramente ai Giochi: Mussolini sin dagli anni ’30 aveva iniziato a costruire quel Foro Italico, con lo Stadio dei Cipressi e lo Stadio Nazionale (diventati poi Olimpico e Flaminio), che saranno al centro delle Olimpiadi del 1960. Passata la bufera della guerra, Roma vinse la sua corsa il 15 giugno 1955 a Parigi, battendo le candidature olimpiche di Tokyo, Città del Messico, Bruxelles, Budapest, Detroit e Losanna, che arrivò fino al ballottaggio conclusivo, superata per 35 voti a 24. I Giochi romani del 1960 sono ricordati come tra i più belli di sempre, gli ultimi “a misura d’uomo”, ma non mancò il rovescio della medaglia (e proprio il caso di dire così…) della speculazione edilizia e di un debito per gli espropri (stimato oggi in un miliardo di euro) che il Comune di Roma ha tuttora tra i suoi fardelli.

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Roma 1960, la cerimonia d’apertura (foto Alex Dawson)

IL SOGNO SVANITO DI ROMA 2004
Quarant’anni più tardi, nel 1995, il sogno olimpico di Roma tornò a scaldarsi su idea del sindaco Francesco Rutelli, che puntava sul traino del Giubileo del 2000. La Capitale si candidò di tutto punto per i Giochi del 2004, ma il 5 settembre 1997 a Losanna fu superata, nel ballottaggio decisivo, da Atene. La capitale greca, che doveva essere risarcita dello scippo del ’96 (quando, per il centenario dei primi Giochi, le fu preferita Atlanta, città della Coca Cola), si impose per 66 voti a 41. Qualcuno, in Italia, tirò un sospiro di sollievo perché, come oggi, non mancavano dubbi e timori: «Sfortunatamente Roma è favorita – scriveva Jas Gaswronski sull’Herald Tribune alla vigilia del voto finale – l’organizzazione dell’Olimpiade cadrà nelle mani delle stesse bande che hanno già devastato la città in occasione dei mondiali di calcio ’90, le universiadi di Palermo (dell’agosto 1997, n.d.r.) hanno dimostrato ancora una volta l’inefficienza italiana, i costi dei Giochi saliranno sicuramente. Se Roma vincerà farà la fortuna di qualche costruttore e dei politici che cercano pubblicità».

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I DUBBI OLIMPICI DI PIETRO MENNEA
E così arriviamo ai giorni nostri, con le ultime due candidature strozzate prima della votazione finale. Nel 2012 ci pensò il premier Mario Monti a fermare il cammino di Roma 2020. Non mancò il disappunto, eppure anche un campione olimpico come Pietro Mennea, grazie a un libro (“I costi delle Olimpiadi”) e a tante interviste, aveva smontato il mito dell’indotto economico dei Giochi, spiegando invece come l’eredità dei costi olimpici fosse molto più pesante dei benefici a breve termine. In questi giorni Daniele Frongia, vicesindaco della Capitale, ha citato nuovamente il libro di Mennea per rafforzare la posizione contraria a Roma 2024. La vedova del campione, morto tre anni e mezzo fa, non ha gradito: «Pietro non si è mai espresso (su Roma 2024, n.d.r.) – ha scritto la signora Manuela Olivieri al Corriere della Sera – perché mai lo ha potuto fare, a causa della sua prematura scomparsa». Probabilmente, secondo noi, avrebbe ribadito alcune sue perplessità. Sicuramente avrebbe argomentato meglio ogni sua opinione più di quanto abbiano fatto tutti negli ultimi giorni.

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