Ronald Giammò

Rosse le maglie. Come le giubbe degli eserciti di Sua Maestà. E dentro quelle maglie 41 uomini, il meglio del meglio che il rugby britannico possa offrire. Sono i British and Irish Lions, atterrati ieri mattina in Nuova Zelanda per il loro trentatreesimo tour. Trentacinque giorni, sette città e dieci partite, che culmineranno nei tre test match contro gli All Blacks.

È una tradizione che si rinnova dal 1888. Ogni quattro anni, i migliori giocatori delle quattro Union britanniche salpavano alla volta dell’emisfero sud per sfidare una delle tre nazionali dei paesi un tempo colonie dell’Impero: Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa. Settimane di viaggio, per poi ritrovarsi soli, in un territorio sconosciuto, a battersi contro i padroni di casa. C’entra il rugby, certo; ma c’entra anche l’orgoglio, la voglia di ristabilire un primato sul gioco tra chi l’ha creato ed esportato fin lì (echi di Brexit) e chi poi questa eredità ha saputo raccoglierla e declinarla secondo i propri istinti e il proprio DNA. La posta in palio, va da sé, è la più alta che il mondo ovale possa mettere sul piatto, e il concetto vale sia per la nazione ospitante che per i touring visitors. Per i Lions valga il motto “pochi sono stati i giocatori scelti, ancora meno quelli selezionati per giocarsi un test”, pronunciato dal vecchio Jim Telfer alla vigilia del primo test del vittorioso tour in Sud Africa del 1997. Onore indicibile l’aver indossato quella maglia. Onta incancellabile il far ritorno a casa da sconfitti.

Ancor più grande, se possibile, il carico di significato con cui i padroni di casa si accostano a questo evento. Per loro il tour cade ogni dodici anni, e occorre esser fortunati per far sì che la propria carriera e il momento di forma che si sta attraversando coincidano con l’arrivo dei visitors. Batterli è il risultato più prestigioso, capace di far gonfiare il petto ad un’intera nazione capace, da sola, di prevalere contro l’élite del rugby dei padri fondatori.

Aaron Cruden, apertura degli All Blacks

E rieccoci quindi in Nuova Zelanda. Smaltiti i benvenuti, i canti e i riti all’insegna dell’ospitalità, per i Lions comincia adesso un tour che di amichevole avrà ben poco. Ogni club, ogni provincia, ogni selezione che avrà l’onore di affrontarli vivrà quella giornata come un qualcosa di unico e irripetibile, in cui sarà concessa loro l’occasione di misurarsi contro i migliori. La metafora più azzeccata è quella del toro circondato da banderilleros il cui compito è quello di sfiancarlo prima di metterlo di fronte al matador. Allenamenti, trasferimenti, imprevisti e infortuni, mid-week test e test match di fine settimana. Così per più di un mese.

Certo, la statistica non aiuta. E’ vero che quattro anni fa i Lions uscirono vincitori dal tour in Australia, ma è il tour in Nuova Zelanda quello da vincere per gridare all’impresa. Una sola volta è accaduto in tredici occasioni: 1971, allenatore Carwin James e il grande Galles a fornire l’ossatura di quella squadra. Prima e dopo solo sconfitte, l’ultima delle quali, datata 2005, particolarmente cruenta a dispetto del parziale finale di 2-1 (al capitano O’Driscoll fu rotta la clavicola al primo minuto di gioco del primo test match e nel corso del tour, settimana dopo settimana, la selezione britannica fu letteralmente decimata dagli infortuni rimediati nel corso delle sfide di avvicinamento agli All Blacks).

Quest’anno il pronostico sembra essere assai difficile. I Lions hanno trovato nell’Inghilterra vincitrice degli ultimi due Sei Nazioni il serbatoio maggiore cui attingere, ma piccoli acciacchi, infortuni dell’ultima ora e un paio di innesti che destano perplessità sono al centro dei dibattiti sulle colonne dei quotidiani d’oltre Manica. Di contro, gli All Blacks arrivano a questa series alle prese con un ricambio generazionale, sì già avviato, ma ancora privo di quell’esperienza e quell’amalgama che solo il tempo è in grado di dare. Inoltre, anche tra le loro fila, ci sono un paio di acciaccati illustri che stanno tenendo col fiato sospeso una nazione intera.

Si comincia sabato 3 giugno contro i New Zealand Provincial Barbarians. Una bella selezione che per prima testerà le qualità dei touring visitors. Poi spazio ai club del Super14 con la sfida ai Maori All Blacks del 17 giugno da cerchiare sul calendario. Si giocherà a Rotorua, fortino della cultura Maori, e insieme all’ovale quel giorno rotoleranno sul campo radici, appartenenza, tradizioni in un match dai molteplici significati extrarugbystici. Poi ancora una prova generale nella windy Wellington contro la provincia locale degli Hurricanes, e il crescendo finale dei tre test match contro gli All Blacks del 24 giugno, del 1° luglio e dell’ 8 luglio. Sincronizzate le sveglie, le partite saranno trasmesse in diretta tv la mattina presto. Caffè al risveglio e birra in ghiacciaia, se ci sarà da festeggiare.