Ronald Giammò

La prima foto. I nostri in campo a fine partita a guardarsi negli occhi prima di rientrare negli spogliatoi. A cercare un perché. A prendere coscienza, se mai ce ne fosse stato bisogno, che il gap che ci separa dalle Union più affermate d’oltremanica in termini di consistenza, fiducia e padronanza dei propri mezzi – per tacere del livello complessivo della prestazione messa in campo – è ancora molto ampio. Decisamente un passo indietro questa seconda partita dell’Italia nel torneo delle 6 Nazioni, sconfitta 56-19 a Dublino dall’Irlanda. Una lezione da imparare, da tenere bene a mente in quello che, ci si augura, potrà continuare ad essere un processo di crescita destinato in futuro a dare i suoi frutti.

Numeri incontrovertibili e crollo immediato

E poi i numeri. Anche qui: nessun alibi. Possesso, territorio, falli, placcaggi: a leggerli così sembrano raccontare di un allenamento agonistico più che di un test match internazionale. Si sapeva che c’era da soffrire, si sapeva che l’Irlanda avrebbe fin da subito spinto forte sull’acceleratore, ma i primi minuti della sfida contro l’Inghilterra erano ancora lì a rinfrancarci e a dirci di una squadra che anche se colpita a freddo potesse essere in grado di rialzarsi per provare ad attuare il suo piano di gioco. Oggi del nostro piano di gioco non s’è vista traccia. Dopo venti minuti avevamo già subito quattro mete che hanno garantito all’Irlanda il punto di bonus permettendo poi ai tuttiverdi di giocare in scioltezza forti del risultato acquisito e di un avversario incapace di metterle all’angolo e interrogarle con severità.

Un’Italia incapace di conquistare la metà campo irlandese

Quel che dovevamo fare a Dublino, neanche il tecnico Conor O’Shea ha potuto spiegarlo, lasciando spazio a fine gara a dichiarazioni lucide e amaramente scontate: “Sono una squadra migliore di noi, lo sappiamo. Speriamo di non avere troppi infortunati. Non siamo qui per ricevere pacche sulle spalle. Per noi è solo l’inizio del nostro lavoro. Come sempre è difficile al momento, la differenza la vedono tutti”. Una differenza emersa brutalmente nel primo tempo quando si è giocato praticamente in una sola metà campo con l’Irlanda ad attaccare da ogni zolla e noi in costante difficoltà, privati del pallone, inferiori in ogni fase di conquista immersi in una centrifuga dalla quale riuscivamo a prender fiato soltanto ritrovandoci sotto ai pali in attesa dell’ennesima trasformazione.

Troppo poco stavolta ciò che siamo riusciti ad offrire nel secondo tempo. Le tre mete segnate stavolta sono arrivate inattese, frutto di imprecisioni, errori dell’Irlanda, iniziative slegate da un canovaccio ben organizzato; ben diverse da quelle messe a segno contro l’Inghilterra all’Olimpico quando, pur tra mille fatiche, costringemmo i nostri avversari a difendersi piegandone infine la resistenza.

Da salvare dal match contro l’Irlanda c’è poco, anzi, ci sarà da leccarsi le ferite perché tra due settimane voleremo in Francia per affrontare una squadra anch’essa ringiovanita ma molto più confidente di noi quando si tratta di declinare il proprio alfabeto ovale. “Dobbiamo fare meglio le cose che possiamo controllare – ha chiosato il nostro allenatore in conferenza stampa -. Dobbiamo star bene fisicamente, ma anche mentalmente e come intensità. Questo ci manca”. A giudicare da oggi, non solo questo.