Ronald Giammò

Un’isola, una bandiera e quattro province. Compreso quell’Ulster, lassù: costola, francobollo, impronta britannica. E’ il verde dei suoi prati, il grigio dei suoi cieli, il bianco delle sue onde. E’ trifoglio, ottimismo e ostinazione. Alle volte è anche quadrifoglio: e allora diventa rarità, fortuna, ricompensa. E’ mito e leggenda, favole e folletti. E’ porto, approdo e frontiera. E’ rivalsa, identità, irriducibilità ad arrendersi: ad un gusto, una moda, una lingua. Per quanto scure, impacciate e spigolose queste possano essere. E’ e sarà sempre Irlanda: vista, letta, immaginata.

irlanda rugby

Il ponte di Carrick-a-Rede, in Irlanda del Nord.

Irlanda: 116 anni di storia del rugby

Irlanda è anche rugby. Soprattutto, rugby. L’idea, tutta ovale, di pensare a quell’isola come a un unico grande campo verde, il primo campo mai disegnato dall’uomo: senza confini, fra cielo e mare, con pali bianchi sparsi qui e là a darti conferma che ci avevi visto giusto. La sensazione, ovale anche questa, di una libertà a portata di mano, a distanza di passaggio, da raccogliere facile come un calcio a seguire. E’ la Nazionale che ha vinto meno Sei Nazioni e quella che guida la classifica dei cucchiai di legno. Eppure è ancora lì, centosedici anni dopo, a riprovarci. Baciata da una generazione d’oro costruita in casa, e illuminata da una gestione che su quel colpo di fortuna (il quadrifoglio!) non ha voluto adagiarsi, ma costruire. Curarlo oggi per continuare a raccoglierne i frutti domani.

irlanda rugby storia

Lo stadio di Lansdowne Road.

L’Irlanda del rugby era (e sempre sarà) il Lansdowne Road: stadio, chiesa, rifugio. Ci si arrivava in treno e i suoi stand avevano seggiolini verdi e neri. Le curve, beh, su quelle i seggiolini vennero montati tempo dopo: prima era conquista di spazio, intrufolarsi, era shoulder to shoulder – e nessuno mi toglierà mai dalla testa che il verso omonimo del suo inno sia nato proprio da lì. Oggi l’Irlanda è invece l’Aviva Stadium, e i suoi architetti, a quella vicinanza e a quel contatto, hanno preferito “standard tesi alla fruizione di un evento sportivo nella massima sicurezza”. Unica eredità l’impalpabilità del vento: prima libero anch’esso, mugghioso e a folate; oggi incanalato invece tra tubi e vetrate, come nel tentativo di ingabbiarlo in una bottiglia. L’Irlanda è stata però anche Croke Park, stadio per sport gaelici divenuto teatro di uno dei fatti più sanguinosi della storia dell’isola: l’irruzione dei militari di sua maestà, gli spari sulla folla, la conta dei morti. Solo ottantasette anni dopo furono riaperte ad uno sport britannico le porte di quello stadio: c’era l’Inghilterra, c’era il Sei Nazioni, c’erano tutte le autorità del caso. E il risultato fu di 43-13 per i verdi, il passivo più pesante subito da un XV inglese nella storia del torneo.

UN UNICO INNO NAZIONALE
L’Irlanda del rugby ha tante facce e un solo inno – Ireland’s call -, tante anime e un solo istinto: darci dentro e crederci sempre. Si capisce come l’attesa, messa così, diventi un dettaglio. Che si tratti dei sessantuno anni trascorsi prima di rivincere un Grand Slam, o dei centoundici vissuti nell’incrollabile certezza di riuscire a battere un giorno gli All Blacks (Chigago, 5/11/16). Agli avversari il compito di provare a scalfire questa fiducia e di sottoporre alla prova dei fatti anche la più rocciosa delle fedi.