Francesco Cavallini

Il Re è morto, lunga vita al Re. No, meglio non esagerare. Il Re di Wimbledon, quello vero, ha demolito il povero Dimitrov su un altro campo. Ma se Federer è il King, Nadal è perlomeno Principe del glorioso All England Lawn Tennis and Croquet Club. Il verde dell’erba non lo esalta come il rosso della terra, ma anche di fronte a Sua Maestà ha saputo trionfare e stupire. Come quasi dieci anni fa. Altra epoca, forse addirittura un altro tennis. Eppure Rafa e Roger, Roger e Rafa, un binomio così inscindibile da far ripensare a Borg&Mac, nel 2008 hanno dato spettacolo, in quella che in molti hanno definito la finale più bella di sempre. 6-4, 6-4, 6-7 (5), 6-7 (8), 9-7, numeri che dicono tutto e che non dicono niente di una maratona rimasta nella storia. Due set avanti, poi il recupero miracoloso dell’avversario e infine la sudata vittoria. 

E chissà se Rafa ci ha pensato, quando ha portato a casa il quarto set per 6-4. La storia si ripete, ma stavolta c’è da cambiare il finale. Dall’altro lato della rete non c’è Re Roger, ma Gilles Müller da Schifflange, Lussemburgo. Trentaquattro anni, uno che in carriera le ha prese da Andre Agassi e Lleyton Hewitt e che quindi è abituato a lottare coi colossi. E che Rafa l’ha già sfidato (e battuto) sui verdi prati inglesi nel 2005. Altre epoca, di certo un altro Nadal, fresco diciottenne e non ancora la macchina da punti che il mondo del tennis ha imparato a conoscere. Ma se c’è qualcuno che sa quanto Müller possa essere pericoloso, quello è proprio Rafa.

Mancino contro mancino, un giocatore da fondo campo e uno da rete. Ognuno porta da casa il suo bagaglio, la sua specialità. All’inizio va meglio al numero ventisei del mondo. Servizi veloci, Nadal spostato, discesa a rete, gioco. Risposte profonde, Rafa tre metri fuori dal campo, drop. Partita. Subito un 6-3, tanto per far presagire che quello dello spagnolo non sarà un pomeriggio semplice. È nervoso Nadal, più adrenalinico del solito. I classici VAMOS che riempiono il religioso silenzio del campo numero uno rimbombano più del dovuto. Sono figli di punti difficili, di game strappati a forza, contro un Müller trascinato dall’incoscienza di chi ha poco da perdere e quindi rischia con il cuore libero da paura.

muller

Gilles Müller

Il tennista del Granducato sfrutta il servizio. Trenta ace, contro i ventitrè di Nadal, ma tante risposte sbagliate del maiorchino. Che non carbura, perde il flow e un game di troppo. 6-4, sotto di due set. Ma guai a dare per finito Rafa. La superficie non sarà rossa e sull’erba i suoi colpi sono meno martellanti, ma stiamo parlando di Rafael Nadal. Che non può, non vuole, probabilmente non è fisicamente in grado di arrendersi senza lottare. Fatica, sudore, qualche rischio di troppo. Ma la partita torna in carreggiata. 6-3, 6-4. Tutto speculare, al limite del disturbo ossessivo compulsivo. Si va al quinto set. La porta per la leggenda.

Nessuno dei due può vantare il curriculum di John Inser, che nel 2010 per aver ragione di Mahut ci ha messo 138 game. Ma il 2008 è sempre presente nella memoria e se c’è da andare oltre i 6, Rafa è pronto. Come è pronto Müller, che due volte ha raggiunto il set numero cinque e due volte ha vinto, superando in entrambi i casi il 9-7 di Nadal a Federer. C’è aria di Storia sul Centralino. Colpo su colpo, i due si tengono testa. Il lussemburghese chiude prima i suoi game, il servizio gira ancora. Rafa soffre, sbuffa, urla, ce l’ha con tutto e con tutti, rete, righe, racchetta. Ma resiste. Comincia a capire che Müller soffre le palle mirate al corpo. Gioca più profondo del solito, torna a rispondere da quattro metri. Non è un buon segnale, ma per il momento funziona.

Fino al gioco dieci. La cifra chiave, quella in cui si capisce se si terminerà a sei, o se ci sarà bisogno di un overtime. Rafa inizia male, sotto di un quindici. Gli succede praticamente in tutti i game di servizio al quinto set. A volte si riprende, altre volte no. Questa fa parte della seconda categoria. Un doppio fallo porta il parziale sul 15-40, doppia palla match per Müller. Il rituale al servizio è più nervoso del solito. Silenzio, bordata, ace. 30-40, a Manacor si spera ancora. Silenzio, bordata, stavolta Müller ci arriva, ma spara fuori. Scampato pericolo, si va avanti.

L’orologio scorre inesorabile, assieme ai punti sul tabellone. Una partita ad acchiapparella. Ma non ci sono le mamme pronte ad affacciarsi e a chiamare perchè la cena è in tavola. Djokovic e Mannarino se ne faranno una ragione, la loro partita è rinviata. Quei due sul Centralino non ne vogliono sapere di smettere. Il copione è sempre quello, sulla parità batte Müller, che di solito porta a casa il game in scioltezza, nonostante qualche rischio di subire break indesiderati. La prima di servizio è ancora devastante, Rafa ci arriva spesso, ma lascia troppo campo scoperto. Quando tocca a lui, la stanchezza si fa sentire, ma i nervi sono d’acciaio.

muller nadal

Rafa Nadal

Nove a nove, le quattro ore sono già passate. Davanti ai maxischermi fuori dal campo c’è una folla oceanica. Sono rimasti tutti lì, a chiedersi chi la spunterà in questo match leggendario. Il pubblico, dapprima sfacciatamente a favore di Nadal, ha preso in simpatia Müller. Che vinca il migliore, sembra suggerire l’atmosfera. Rafa regge bene il servizio e conquista una palla break. Due. Tre. Addirittura quattro. Anche Gilles, perchè ormai chiamano tutti per nome pure lui, è stanco. Prima di servizio a vuoto. Seconda fuori. Anzi no. L’arbitro si scusa, chiamata errata. Nadal si gioca l’ultimo challenge. Errore. Grande, grosso, colossale. Ha ragione il direttore di gara, Müller può servire di nuovo. La prima però, perchè il maiorchino ha perso il challenge. La fortuna aiuta gli audaci e il lussemburghese se la va a cercare. Servizio non vincente ma quasi, poi un altro punto in serve and volley e ace. Ancora in vantaggio.

Altro che in vantaggio, di nuovo a un punto dalla gloria. Terzo match point, ma Nadal annulla. Quarto, e stavolta ci vuole una stecca pazzesca di Müller per salvare la partita. Gilles rischia, tenta colpi che spaccherebbero il set, ma non gli entrano. Palle corte troppo corte, volée che si schiantano sulla rete. Dieci pari, che diventano undici, poi dodici. Talmente tanti parziali che si resettano i challenge. Tutto così speculare che sembra fatto apposta. E invece no, ogni punto è figlio di scambi rabbiosi, di colpi al limite dell’errore. Müller tira avanti col servizio, Nadal sfrutta la propensione allo scambio e qualche errore di troppo dell’avversario. Il game numero venticinque finisce a zero, ma in quello successivo Rafa rimette (per l’ennesima volta) tutto in parità.

Chi è seduto sugli spalti non parla praticamente più, chi è a casa ha persino paura di andare a spegnere i fornelli per il rischio di perdersi qualcosa. Servizio Müller, bang, bang, bang, e siamo 14-13. Anche Rafa sbaglia. 0-15, poi 0-30. Di nuovo due errori dal baratro, che poi diventano uno solo, nonostante nel mezzo ci sia la flebile speranza regalata da un vincente. 15-40, ancora il punto del non ritorno. Gilles riceve bene e accetta lo scambio da fondo campo. E alla fine l’errore fatale arriva. A Nadal sfugge il dritto. Müller guarda il vuoto, mentre l’out chiamato dal giudice di linea dura un’eternità. Gioco. Partita. E dopo la bellezza di sessantasei game, incontro. 

Müller si toglie il cappellino mentre riceve l’ovazione del pubblico. Ora sì che dimostra tutti i suoi trentaquattro anni, accentuati da una fatica disumana. Rafa esce dal campo con l’onore delle armi, conscio di aver lottato fino all’ultima goccia di sudore contro un avversario complicato. L’ultimo giro di applausi è per entrambi, che non hanno neanche il tempo di goderseli. Il futuro incombe. Quello di Nadal è lontano da Wimbledon, per cercare la forma perfetta verso l’ultima parte di stagione. Quello di Gilles è ai quarti di finale e si chiama Marin Cilic. Altra sfida improba, per il mancino che ha stupito il mondo. Stavolta forse non ce la farà, ma al suo ritorno a casa avrà di certo qualcosa da raccontare. Di come un ragazzo, sull’erba della Regina, ha saputo battere un Principe. E male che andrà, sarà perlomeno Granduca. Che poi in Lussemburgo significa molto…