Redazione

Nella ginnastica, ripetere è importante. Anzi, è fondamentale. Ripetere sempre gli stessi movimenti, mille e più volte, affinchè il corpo si abitui così tanto a farli che riescano semplici, naturali, perfetti. Può sembrare noioso, ma è la base per diventare una stella. Ripetere, ripetere, ripetere. E il modello che Vanessa Ferrari sperava di ripetere, ovviamente, erano i Mondiali di Aarhus 2006, quando a soli sedici anni la ragazza di Orzinuovi ha saputo stupire il mondo vincendo l’oro nel concorso individuale. La scena che vedrà invece passarle di nuovo davanti agli occhi sarà invece un’altra, la stessa dello scorso settembre. Un’altra operazione, sempre al tendine di Achille.

La farfalla azzurra ha le ali spezzate. Non è una novità assoluta, ma stavolta fa più male. In piena gara, alla ricerca di un altro oro, lei ormai donna in un mondo che da sempre è in mano alle più giovani. Che arrivano, spazzano la concorrenza con la forza di un tornado e poi dopo un po’ spariscono, fagocitate da un mondo, quello della ginnastica, in cui arrivare in alto è difficile, ma confermarsi diventa pressochè impossibile. A meno che tu non sia Vanessa Ferrari, che dopo la vittoria di undici anni fa non è mica scomparsa, non si è eclissata come tante stelle durate il tempo di un’Olimpiade.

Già, l’Olimpiade, il vero sogno proibito di una campionessa capace di vincere ovunque, ma mai di arrivare sul podio dei Giochi. Anche lì la sfortuna l’ha davvero fatta da padrona, sfidando la pazienza e vanificando gli sforzi di chi per una medaglia a cinque cerchi ha combattuto il dolore in silenzio. Pechino 2008, la Ferrari arriva undicesima nel concorso generale, la stessa prova che due anni prima le era valsa l’oro mondiale. Delusione? Macchè, un mezzo miracolo dopo aver gareggiato con una tendinite acuta. Londra 2012 sarebbe il luogo giusto per riprendersi ciò che il destino ha tolto, ma il fato non ha ancora finito con Vanessa. Quarto posto nel corpo libero, medaglia di legno, nonostante la parità di punteggio con la terza. Questione di esecuzione e di coefficienti. Rio? Meglio lasciar perdere, sempre quarta, stavolta per qualche decimo di punto.

Gli stessi decimi che Vanessa Ferrari cercava a Montreal, quelli che in un Mondiale fanno la differenza tra un podio e la vittoria. I decimi che l’hanno portata ad aggiungere un elemento in più alla sua routine, che ha mandato in tilt il tendine già operato. Vanessa è caduta, ha pianto, ma come sempre si rialzerà. C’è un destino ancora tutto da scrivere e si chiama Tokyo 2020, la sua quarta Olimpiade. Trent’anni non sono poi troppi per vincere ancora. Ed è per questo che potranno fasciarla e tenerla ferma su di un letto quanto vogliono, ma non le impediranno di tornare a gareggiare. Perchè le farfalle sono nate per volare.