Francesco Cavallini

Al Menti potrebbe sembrare tutto pronto per un big match di serie A. Una domenica sera di quelle in cui il Vicenza affronta a viso aperto chi lotta per lo scudetto. Invece no. È giovedì. Di fronte i biancorossi hanno il Chelsea. E la cornice è quella della Coppa delle Coppe. Per la precisione, la semifinale di andata. Alla lettura delle formazioni qualche brivido c’è. Nomi importanti, di calciatori che a modo loro hanno fatto la storia del calcio italiano. Ti trovi davanti Roberto Di Matteo, che già da giovane sapeva rendersi indispensabile nelle squadre in cui giocava e che da grande si è tolto lo sfizio di vincere la Champions. C’è Gianfranco Zola, che definire un mito è poco. Lo chiamano Magic Box, la scatola magica, perchè non sai mai cosa puoi aspettarti da lui. E infine Gianluca Vialli, una vera e propria istituzione. Campione di tutto con la Samp e la Juventus, con anche qualche soddisfazione seduto su una panchina. Ma a questo ci arriviamo più tardi.

Il Vicenza vicino alla leggenda

Dall’altro lato, beh, c’è una formazione destinata a passare, seppur a modo suo, alla storia. Un Vicenza che in campionato ottiene una tranquilla salvezza e partecipa addirittura alla finale di Supercoppa Italiana (perdendo) contro la Juventus. Ci arriva perchè l’anno prima molti di quei calciatori hanno già realizzato un’impresa, hanno vinto la Coppa Italia contro il Napoli. E quindi sono entrati di diritto nel tabellone della Coppa delle Coppe, un trofeo che ormai sembra sparire nella nebbia della memoria, ma che tante soddisfazioni ha regalato all’Italia del pallone. E questo Vicenza sembra poter ripetere le imprese di Fiorentina, Milan, Juventus, Sampdoria e Parma, tutte squadre(a cui va aggiunta la Lazio che vince l’ultima edizione) che hanno sollevato quella coppa strana, ma dall’indiscusso fascino. Si scontra con il Legia Varsavia e ne fa polpette, così come dello Shakhtar e del Roda.

Poi però arriva il Chelsea. Che non è ancora quello mezzo russo e mezzo italiano di Abramovic, Ranieri, Ancelotti e Conte, ma ha già una colonia tricolore mica da ridere. In teoria, oltre ai tre già menzionati, anche l’allenatore sarebbe delle nostre parti. Già, perchè Vialli, in piena tradizione britannica, è il player-manager dei londinesi. Ma contro una squadra piena di stelle, si accende improvvisamente quella di un ventiseienne romano, che passa alla storia come lo Zidane della Serie B, ma che per una sera è la luce che illumina il sogno europeo del Vicenza. Lamberto Zauli arriva in quella stagione al Menti, dopo essersi messo in mostra con il Ravenna. Lo vuole Francesco Guidolin, splendido alchimista delle stagioni da leggenda dei biancorossi. Lo affianca a Pasquale Luiso, il Toro di Sora, che di quella Coppa sarà capocannoniere. A Marcelo Otero, tanto incostante quanto letale. A Mimmo Di Carlo, Fabio Firmani, Roberto Baronio, nomi che rimandano a quando la Serie A dominava il mondo. E l’Europa.

Sì, perchè il Vicenza quella sera di aprile esce dal Menti a testa alta. Anzi, altissima. Con poco più di mezzo piede in finale. Ci pensa naturalmente lui, Lamberto Zauli, in un tripudio di bandiere biancorosse, a trascinare i suoi. Prima ci prova di testa, ma De Goey salva. Ma poi neanche l’olandese può nulla sua una rete pazzesca. Un controllo impossibile in area, un dribbling contro le leggi della fisica e un pallone che, piano piano, va ad infilarsi nell’angolino giusto. È il delirio. La magia stende il Chelsea, che torna a Londra con un passivo da recuperare. Un solo gol, ma non è semplice. Guidolin ha creato un Vicenza ordinato e talentuoso, che sa giocarsela alla pari contro tutti. E l’inizio del match di Stamford Bridge pare confermare il momento di grazia dei veneti.

Con indosso una maglia nera e dettagli biancorossi, Pasquale Luiso zittisce lo stadio del Chelsea. Metaforicamente e letteramente, perchè prima realizza lo 0-1 che può valere la storia, poi fa cenno ai presenti di tacere, per meglio godersi il ruggito dei tifosi vicentini arrivati nel Regno Unito. La finale è a un passo. Che però diventa più lungo del previsto. Neanche il tempo di rimettere la palla al centro, che il Chelsea pareggia con Poyet. Eppure per un attimo il sogno torna ancora più lucente, quando Luiso, e chi sennò, gonfia di nuovo la rete avversaria. Ma la gioia dura un secondo, perchè la rete viene inspiegabilmente annullata. Un brutto presagio, forse.

Però niente paura, perchè gli inglesi devono comunque farne ancora due. Uno, purtroppo, lo fa proprio Gianfranco Zola, che per una sera da eroe di Wembley diventa traditore della patria. Segna di testa, roba quasi mai vista. Magic Box, in tutto e per tutto. Due a uno, in equilibrio precario. Che viene rotto da Mark Hughes, una vita passata a far gol prima di segnare quello più beffardo, almeno per il Vicenza. Un gran gol, su cui Brivio non può davvero nulla. Ma non è il momento di fare complimenti, perchè basterebbe segnare di nuovo per prenotare il biglietto per Stoccolma. E invece no, ci va il Chelsea. Vialli, Zola e Di Matteo solleveranno il trofeo. Non a quella formazione che a Vicenza (ma un po’ in tutta Italia) molti ricordano ancora a memoria. Brivio, Viviani, Belotti, Dicara, Mendez, Ambrosetti, Ambrosini, Di Carlo, Schenardi, Zauli, Luiso. Quelli dell’aprile 1998. Quelli che per 180 minuti resero l’impossibile un po’ più reale.