Luigi Pellicone

17 giugno 2001. La Roma supera 3-1 il Parma e si laurea, per la terza volta, Campione d’Italia. Un popolo in festa. Più di un milione di persone si riversano per le vie della città celebrando una festa nazional popolare che ha pochi riscontri nella storia dello sport italiano. Un happening durato 8 mesi. Nulla, in confronto ai 18 anni trascorsi dal 1983: troppo, considerando che l’attesa del terzo scudetto è spasmodica al limite dell’agonica. Già, perché l’alba della stagione 2000/2001 arriva, figlia della notte più fonda. Nell’anno del Giubileo la Lazio è ascesa al titolo di Campione d’Italia. Ecco perché la Roma, quel campionato DEVE vincerlo.

La vista del Circo Massimo durante i festeggiamenti

Una cavalcata a ostacoli

La Roma, affidata a Fabio Capello, ha un telaio solido: servono alcuni ritocchi. La società non bada a spese: arrivano Samuel, Emerson, Batistuta. Irrobustiscono un undici titolare formato da Cafu, Aldair, Zago,Candela, Tommasi Delvecchio (o Montella) e Totti. Una Roma così forte, non si era mai vista. Talmente competitiva, come asseriscono i più cattivi, da potersi permettere Antonioli fra i pali…

La corsa inizia a ottobre. La Roma scatta dai blocchi come deve: vince le prime tre gare. Perde a Milano, con l’Inter, quindi inanella una serie di vittorie firmate Gabriel Omar Batistuta. L’argentino timbra nove reti in otto gare. Compresa quella, decisiva, alla “sua” Fiorentina. La Roma supera il primo scoglio, poi fa suo uno il derby deciso da un autogol di Paolo Negro. Un’onta. Incancellabile. Ah, qualcuno ritiene incredibile che un calciatore debba lasciare la città dopo un autogol in un derby? Beh, non conoscete Roma…

La vita va avanti. Dicembre. Rosso di sera al tramonto del 2000, bel tempo si spera. E tutto sembra volgere al meglio. La Juventus, all’Olimpico, non va oltre lo 0-0. Prima di Natale, la Roma vince a Bergamo e vola a + 8 sulle dirette inseguitrici. Sembra fatta…appunto. Mai dire “è fatta”. Nessun tifoso romanista che si rispetti, dà per scontato un risultato. Neanche sotto tortura. Questione di esperienza e…anticorpi. Il romanista, in particolare, ha sviluppato difese immunitarie, ma non conosce l’antidoto per debellare uno sgradito compagno di vita. Chiamasi “romanismo militante” ed è una sorta di virus catalogabile in una via di mezzo fra la nuvoletta di Fantozzi e l’insostenibile leggerezza dell’essere. É astratto, difficilmente identificabile. Si annida silente, alimentando speranze che poi, puntualmente, divora. E incombe, come il peccato originale, sulla vita di chi ha deciso di legarsi ai colori oro e porpora.

Il romanismo militante si attiva quando, in preda all’ottimismo, si abbassa la guardia. É proprio in quel momento che, se qualcosa può andare storto, andrà peggio. Non a caso, il “virus” colpisce dopo Bergamo. Pari con il Bari, ultimo in classifica. Sconfitta a Milano con il Milan. Da + 8 + 3 in una settimana. Basta e avanza per vedere i fantasmi. Questa volta, però, la Roma è più forte anche della propria epica&tragica storia: e la riscrive. Uno dei capitoli più importanti è Parma, dove da Ettore, la Roma, si trasforma in Achille. Va sotto 1-0, ma ribalta la partita trascinata da Batistuta. Campione d’inverno. É l’inizio della fine del Re Leone, che da lì inizia la sua parabola discendente.

Il murales che celebra Francesco Totti ed il terzo scudetto giallorosso

Fortunatamente, l’arrivo della Primavera coincide con il decollo di Vincenzo Montella. Sei gol in cinque match. Sulle ali dell’aeroplanino (i tifosi lo hanno ribattezzato così, poiché il ragazzo ama festeggiare il gol allargando le braccia a mo’ di ali) vola anche la Roma: nove vittorie in dieci partite. Juve a -9, Lazio a -12. Questa volta è fatta. Eh, vabbè. Ottimismo ed euforia riattivano il romanismo militante, in modalità “on” per un paio di settimane. La navicella giallorossa cade a Firenze, non va oltre il pari con il Perugia e sciupa il primo match ball scudetto nel derby di ritorno: avanti 2-0, si fa rimontare: 2-2. Il 6 maggio 2001 è il D-day. La Roma va in casa della Juventus a +6. Stesso film della partita con la Lazio, però a ruoli invertiti. Giallorossi sotto 2-0. Sembra finita. Capello, però, si traveste da Silvan. E pesca dal cappello un coniglio dagli occhi a mandorla: Nakata. Il giapponese timido ha un destro al fulmicotone: entra al posto di Totti e risolve la partita. Prima un gol da distanza siderale. Poi un altro tiro dalla distanza non trattenuto da Van Der Sar. Il tap-in di Montella sul fil di sirena, ha il sapore della vittoria.

Restano cinque partite: la Roma vince con Atalanta e Bari. Si inceppa contro il Milan, salvata ancora da Montella. È a + 4 sulle inseguitrici a 180′ dalla fine. La trasferta di Napoli è drammatica. Gli azzurri lottano per non retrocedere. La Roma, se vince, li manda in B. Finisce 2-2. E’ il 10 giugno, la Juventus torna a -2... e resta una sola partita, un casa, contro il Parma.

La settimana che separa la Roma dalla possibilità di agganciare il terzo titolo è un Esodo. Dal lunedì alla domenica. Il 17 giugno, tutta la città è divorata da tensione e paura. I laziali, sono atterriti dall’idea di cedere lo scudetto ai cugini. I romanisti, terrorizzati dall’idea di non farcela. Dall’esterno non ci si raccapezza. Roma-Parma si gioca in casa. C’è il fattore campo. Ecco, Appunto. Scellerati neutrali. Ignoranti. Nel senso che ignorano la storia.

L’Olimpico non è mai stato amico quando è servito: per informazioni chiedere ai presenti di RomaLiverpool del 1984, Roma-Lecce di due anni dopo, Roma-Inter del 1991. Date marchiate a fuoco sulla pelle di ogni romanista che ha legittima paura di scottarsi. Forse per questo l’attesa ha la meglio sull’euforia. E la paura sulla ragione. Meglio così. Senza facili speranze, il romanismo militante non ha di che nutrirsi: dunque, non si attiva. L’ending è happy: la storia della Roma finisce in lacrime di gioia. Accade anche da queste parti, che le favole abbiano un lieto fine? Beh, le firme apposte sull’ultimo capitolo sono ricche di significato. Totti, il capitano. Batistuta il trascinatore. Montella, il salvatore. 3-1. Il romanismo tenta il colpo di coda, attivando qualche migliaio di tifosi che invadono il campo. Partita sospesa per 13 lunghissimi minuti. Fiato sospeso. Braschi tiene in pugno la situazione: conduce il match sino al termine: sono le 17 e qualche minuto. La Roma è Campione d’Italia. 17 giugno 2001. Sono passati sedici anni e ancora ci si consola con i ricordi? Eh beh, se non c’è appiglio, in un mare salato, meglio un dolce naufragar. Succede. Fa parte del romanticismo del tifoso della Roma. Romanticismo? Fa forse rima con romanismo? Militante, of course…