Paolo Valenti

In caso di qualificazione ai prossimi mondiali del 2018, in sede di definizione dei calendari, l’Italia dovrà fare gli scongiuri per evitare di giocare il 24 giugno, dies nefastus per i nostri colori. La storia della manifestazione ci racconta, infatti, che ogni volta che gli azzurri sono scesi in campo in questa data, hanno rimediato sconfitte che hanno segnato irrimediabilmente il destino delle nostre spedizioni. Insomma, una giornata in cui i nostri ragazzi farebbero meglio a non scendere mai in campo. Non sarà felice di ciò l’Under-21 di Di Biagio, che proprio in un 24 giugno affronta la Germania per la qualificazione alle semifinali dell’Europeo di categoria. La cabala non pare a favore degli azzurrini. Ma le maledizioni, si sa, sono fatte per essere spezzate.

Il morso dell’Uruguay

L’ultima in ordine temporale, in un percorso a ritroso che porta fino al Mundial argentino, è quella rimediata tre anni fa nella città brasiliana di Natal contro l’Uruguay, quando una serie di fattori negativi concomitanti condannarono gli azzurri al ritorno in patria. Una partita da dentro o fuori: dopo la prima uscita positiva contro l’Inghilterra, battuta 2-1 con i gol di Marchisio e Balotelli, gli uomini di Prandelli inciamparono clamorosamente contro un’ottima Costa Rica. Anche la Celeste aveva lo stesso score: inglesi battuti 2-1 ma sconfitta contro la Costa Rica più pesante (1-3). In caso di pareggio, quindi, sarebbero stati gli azzurri a passare per la differenza reti. Fa molto caldo in campo e il precario equilibrio di un gioco rognoso e privo di scintillii viene interrotto dall’arbitro messicano Rodriguez, che al 59’ espelle Marchisio per un contrasto con Arevalo.

Claudio Marchisio con la maglia della Nazionale

Episodio molto dubbio che taglia le gambe all’Italia che, col caldo e l’inferiorità numerica, si ritira a ridosso di Buffon cercando di aggrapparsi alla scialuppa di un pareggio che, seppur senza gloria, la porterebbe agli ottavi. Strategia che fallisce a dieci minuti dalla fine quando Diego Godin sale in cielo a incornare un cross dalla bandierina che condanna la Nazionale alle vacanze anticipate e alle solite polemiche da sconfitta: quelle contro l’allenatore, reo di non aver saputo imporre una leadership nelle scelte fatte, e contro l’arbitro, criticabile per l’espulsione di Marchisio e la mancata sanzione comminata a Suarez per il famoso morso a Chiellini. E’ la seconda eliminazione di fila al primo turno dei mondiali che consegue l’Italia: per ritrovare una progressione di risultati così negativa è necessario tornare indietro di quasi cinquant’anni, all’eliminazione in terra inglese per mano della Corea che seguiva quella maturata in Cile nel 1962.

La delusione in Sudafrica

L’uscita del 2014 fu successiva a quella del 2010 in Sudafrica quando, tra vuvuzelas e waka-waka, gli azzurri campioni del mondo in carica si presentarono alla terza partita del girone con due soli punti, frutto di altrettanti 1-1 conseguiti con Paraguay e Nuova Zelanda. Era un’Italia alla ricerca di un’identità nuova che, nelle intenzioni di Marcello Lippi, richiamato in panchina dopo la parentesi agli Europei di Roberto Donadoni, doveva nascere da una integrazione bilanciata tra i reduci di Berlino e le nuove proposte del campionato. Così il 24 giugno 2010 all’Ellis Park di Johannesburg ad affiancare Zambrotta, Cannavaro, De Rossi, Gattuso e Iaquinta ci sono Marchetti, Chiellini, Criscito, Montolivo, Pepe e Di Natale. L’alchimia, come già nelle due gare precedenti, fallisce clamorosamente e gli azzurri, con una prestazione da dimenticare, perdono 3-2 contro Hamsik e compagni (Skrtel, Kucka, Vittek). L’Italia capì che della notte di Berlino non rimanevano nemmeno i brandelli e fu costretta a voltare definitivamente pagina.

Lippi durante la sua seconda esperienza alla guida degli Azzurri

Amaro quarto posto in Argentina

Andando più a ritroso, dagli archivi del ventesimo secolo emerge un altro 24 giugno poco felice per la nostra Nazionale: quello del 1978. Sempre nell’emisfero australe ma questa volta sulla sponda occidentale dell’Oceano Atlantico. A Buenos Aires gli azzurri, tre giorni dopo la bruciante sconfitta con l’Olanda che aveva serrato le porte della finalissima, incontrano il Brasile per agguantare il premio di consolazione del terzo posto. La partita ricalca nell’andamento e nel risultato finale quella disputata contro i tulipani: buon primo tempo, terminato in vantaggio per 1-0 grazie al gol di Causio, e crollo fisico nella ripresa, quando due tiri dalla distanza di Nelinho e Dirceu inchiodano ancora Zoff ai pali di una porta che, dopo i missili di Brandts e Haan, è diventata la sua croce. La critica lo lapidò oltre i suoi demeriti. Dovrà aspettare quattro anni per servire ai detrattori il tipo di risposta che lui ha sempre preferito: quella del campo.