Redazione

di Marco Assab

Siamo incollati al grande schermo della pizzeria da 110 minuti. I jeans sono fradici di birra, quella che abbiamo inavvertitamente rovesciato dai boccali alzandoci di scatto al gol di Materazzi, quello del pareggio, quello del “siamo ancora vivi” di Fabio Caressa, urlato come una liberazione. Dietro di noi alcuni turisti americani, che di calcio capiscono molto poco, si domandano perché quel giocatore dell’Italia si stia contorcendo in tal modo a terra. Inizialmente non gli diamo molto peso, pensiamo già ai rigori, a quella lotteria malefica che sì nel 2000 ci portò fortuna, nella rocambolesca semifinale dell’europeo contro l’Olanda di Frank De Boer, ma nel ’90, ’94 e ’98, significò l’infrangersi dei nostri sogni mondiali. Però qualcosa dev’essere successo, perché Marco Materazzi è uno abituato a darle, non a prenderle, e se si rotola così a terra vuol dire che all’arbitro e alle telecamere è sfuggito qualcosa.

Parte il replay e noi, con la bocca semiaperta a mo’ di pesci lessi, restiamo di stucco: Zidane sferra al nostro difensore una testata di violenza inaudita, come la sua classe d’altronde, inaudita e immensa anche quella, ma tradita da un crollo di nervi. Nessuno in campo se ne accorge, ma il quarto uomo Luis Medina Cantalejo sì, “L’ho visto io!” dice via auricolare al direttore di gara, l’argentino Elizondo. Zidane viene espulso. Le immagini del capitano francese che esce per l’ultima volta dal rettangolo verde, lasciandosi alle spalle la coppa del mondo, suonano come un oracolo, un presagio: il leader, il generale, il calciatore che a 34 anni sta disputando il miglior mondiale della sua carriera lascia, nel momento più delicato, i suoi uomini da soli. “Quella testata ci ha fatto vincere il mondiale”, dirà qualcuno in seguito. No, non è così. La vittoria di quel mondiale venne da molto, molto più lontano…

Zidane durante la finale della Coppa del Mondo

Sbarchiamo in Germania in piena bufera: Calciopoli sta devastando il panorama calcistico italiano, la pressione sui giocatori è tremenda, difficile mantenere la testa esclusivamente al campo. Sbarchiamo, come sempre nella nostra storia, in sordina, perché non siamo noi i favoriti. A dire il vero non lo siamo mai, ma puntualmente arriviamo in fondo, sfatando quell’insopportabile complesso di inferiorità che accompagna spesso le spedizioni della nostra nazionale. Il favorito è, manco a dirlo, il Brasile. I Verdeoro di quell’anno sono una squadra a trazione anteriore che schiera in avanti frombolieri di razza, Ronaldo e Adriano, supportati dal fioretto letale di Kakà, dalle geometrie di Juninho Pernambucano (quello che le punizioni le calciava in quel modo ben prima di Pirlo), dalla fantasia senza confini di Ronaldinho e dall’estro del giovane Robinho. Ci sono anche degli onesti portatori d’acqua: Ze Roberto e Gilberto Silva, e l’allenatore, il Carlos Alberto Parreira già campione del mondo nel ’94, è un uomo di grandi equilibri tattici.

Noi invece, pur avendo una squadra piena zeppa di campioni, molti dei quali all’apice della carriera (età media 29 anni e mezzo) e con tante vittorie alle spalle, senza punti deboli nei reparti, ci crediamo poco. Nella fase a gironi basta l’autogol di Zaccardo e il pareggio con gli Usa a mandarci in paranoia. La realtà è, però, che il gruppo si compatta giorno dopo giorno attorno a Marcello Lippi, ed è la forza del gruppo a trascinare la nazionale fino alla storica semifinale con la Germania. Non c’è un Paolo Rossi o un Totò Schillaci ad illuminare quelle notti ma c’è, ogni volta, un eroe diverso: Totti contro l’Australia, Zambrotta e Toni contro l’Ucraina, Grosso e Del Piero contro la Germania. Tante stelle perfettamente incastonate in solidi schemi tattici. E il Brasile? La corazzata si schianta contro la linea Maginot eretta da Domenech: la Francia li elimina ai quarti, vincendo 1 a 0, ed è lì che il mondo capisce che le partite si vincono a centrocampo, dove Makelele e Vieira rappresentano una diga e Zidane dispensa sapienza per i finalizzatori Henry e Trezeguet. Che squadrone pure quello…

Camoranesi affronta Deisler nell’amichevole tra Italia e Germania del marzo 2006

Arriviamo dunque alla semifinale con la Germania e i nostri avversari le provano tutte: modificano i testi di celebri canzoni italiane per sfotterci e sui giornali qualcuno invita perfino a boicottare la pizza… Ma gli alemanni hanno la memoria corta: gliele abbiamo suonate nel ’70, nell’82 e, pochi mesi prima, in una strepitosa amichevole giocata a Firenze l’1 Marzo 2006, dove li abbiamo strapazzati 4-1. Fanno finta di non ricordare. Non è la migliore Germania della storia, però è solida in difesa con le due torri Mertesacker e Metzelder e, a centrocampo, Ballack e Frings (per fortuna squalificato) hanno qualità, personalità e grinta. In avanti Podolski non è l’ex calciatore visto recentemente con l’Inter, bensì il giovane bomber del Colonia, talento puro, sinistro potente, secco, fulmineo. Insieme a Klose terrà in apprensione gli immensi Cannavaro e Materazzi. C’è poi anche un tale, Bernd Schneider, 33 anni suonati e pancetta, ma classe e piedi da brasiliano, ecco a quello si deve stare attenti. E ci stiamo attenti. Squadra corta e Buffon in stato di grazia impediscono ai tedeschi di passare, fino ai supplementari, quando improvvisamente il consumo di fazzoletti impenna in Germania.

Che cosa ci rimane di quell’estate di undici anni fa? È davvero difficile trovare elementi di continuità tra quella generazione di campioni e il quadro piuttosto desolante di oggi. I due mondiali successivi, nel 2010 e 2014, ricordano tanto quel buco nero di insoddisfazioni occorso tra il 1950 e il 1966, dove per cinque mondiali di fila non andammo mai oltre il primo turno (anzi a Svezia ’58 nemmeno ci qualificammo). Ebbene nella nazionale del 2006 c’erano gli ultimi figli di quel calcio autarchico che traeva dai nostri vivai la migliore gioventù. Quell’impostazione era frutto di regole stringenti: massimo 3 stranieri per rosa. Dunque c’era sì il Milan degli olandesi, Gullit, Van Basten e Rijkaard, ma gli olandesi erano tre, per il resto erano Baresi, Maldini, Costacurta, Donadoni, Albertini, Ancelotti, Massaro e via dicendo. Proprio in quegli anni venivano su nuovi germogli: Del Piero, Totti, Toni, Cannavaro, Nesta, Inzaghi, Buffon, e il loro inserimento in prima squadra veniva proprio agevolato da quell’impostazione.

La parata di Gigi Buffo in finale n su colpo di testa di Zidane

Ed ecco che, finita quella generazione, dopo il 2006 abbiamo iniziato a fare i conti col nostro calcio pieno zeppo di stranieri. Intendiamoci: nulla di male a prendere un calciatore straniero se questo è di sicuro valore, ma quanti giovani brocchi abbiamo visto caracollare sui nostri campi, e quanti sono arrivati qui agevolati da un cognome esotico, togliendo spazio e occasioni ai nostri ragazzi? È più figo mettere in campo un “Gonzalez” che un “Pappalardo”, nevvero? Bene ha fatto Antonio Conte ad andare via, perché al di là degli annunci e dei buoni propositi i club italiani non hanno nessuna intenzione di invertire la rotta. Ah, possiamo anche immaginare quanto possa importare dei giovani italiani e della nazionale azzurra ad un proprietario straniero… Magari cinese…